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Perché Ceccanti ha chiesto il fallmento del Casino

Perché Ceccanti ha chiesto il fallmento del Casino
 

In poco più di sei pagine, il sostituto procuratore Luca Ceccanti ha motivato la richiesta di fallimento di Casino de la Vallée SpA.

La disamina del passato
Il sostituto procuratore è partito da una rapidissima analisi storica: anni di cambiamenti di governance e di indirizzo politico culminati, il 9 ottobre, con la revoca dell’incarico a Giulio Di Matteo, la nomina di un nuovo Consiglio d’Amministrazione (che ha rassegnato le dimissioni dopo 17 giorni), sostituito da un nuovo amministratore unico, il 29 ottobre.

Le fonti di analisi
È dalla lettura della relazione prodotta dal CdA il 24 ottobre (integrata dall’analisi consegnata dalla Guardia di Finanza il 7 novembre) che è scaturita la decisione di Ceccanti di chiedere il fallimento quale una possibile soluzione alla situazione di cronica e irreversibile insolvenza.

Una grave situazione debitoria
Nell’istanza si legge che “Già dall’anno 2017, la CAVA S.p.a. era incapace di far fronte alle proprie obbligazioni, non in relazione a difficoltà transeunti, ma a cagione di una crisi strutturale dovuta all’esorbitante mole dei costi che gravano sulla società“.
Un’azienda sottocapitalizzata il cui cash flow, al 31 dicembre 2016, era negativo di euro 36.299.602,00 (a fronte di ricavi dichiarati per Euro 63.300.077,00) ed è stata rileva una costante riduzione dei ricavi nel corso degli ultimi anni: dai 67.811.662 dell’anno 2015, fino ai 60.557.042 dell’anno 2018.
Gli altri debiti sarebbero riassumibili in 68,5 milioni nei confronti di Finaosta (con un rientro previsto di 20 milioni entro fine 2019 e oltre un milione di rate già scadute) e degli istituti bancari; 4,5 milioni verso i fornitori; 5,6 milioni per tributi e previdenza.
Il sostituto procurato riconosce che “la relazione sulla situazione patrimoniale ed economica evidenzia, dopo anni di perdite progressive (7.783.989 dell’anno 2015 e 10.346.661 dell’anno 2017), un bilancio apparentemente positivo per l’anno 2018“, ma il dato effettivo è quello di una perdita significativa e di un’esposizione debitoria ingente poiché “Il positivo di 1.229.501 al giugno 2018 non tiene infatti conto di costi stimati pari a circa 12.000.000 di euro“. Dunque i debiti sono di gran lunga superiori alle risorse finanziarie disponibili per farvi fronte.

Il costo del personale
Si arriva dunque a parlare di costi del personale e Ceccanti ritiene significativo “che l’originario piano di fuoriuscita di 250 dipendenti, sia stato sostituito con la costosissima procedura di esodo prevista dalla legge Fornero, che ha portato alla riduzione di soli 50 dipendenti“.

Un’emoraggia di consulenze e servizi esternalizzati
Le relazioni consegnate all’Ufficio di Procura evidenziano anche che, negli anni 2017 e  2018, vi è stata “una vera e propria emorragia di denaro attraverso l’affidamento di consulenze a società e professionisti esterni, per un valore complessivo di oltre 3 milioni di euro” per “attività e servizi che ben potrebbero essere svolti dai numerosi dipendenti del Casino“. Si evidenziano i 236mila euro (oltre ai benefit) per la retribuzione del direttore del Billia e del direttore del personale; 72mila euro per l’ottenimento dei una fidejussione per la seconda procedura Fornero; 741mila euro per un non meglio specificato “ampliamento sala fumatori”; 860mila euro per servizi di housekeeping; 829mila euro per guardaroba, portineria, front office e operazioni di conta; 438mila euro per servizi di pulizia aree comuni della parte alberghiera; 156mila euro per servizi pubblicitari; un importo non definito per la sicurezza interna. Ne risulterebbe “un quadro di contratti e consulenze esterne incredibilmente e smodatamente oneroso per una società da anni in stato di sofferenza e, all’attualità, versante in una sicura e conclamata crisi strutturale irreversibile” quantificabile in contratti per Euro 5.585.517,68 per la parte casa da gioco, Euro 2.717.977,72 per la parte albergo (oltre alle già quantificate consulenze).

11 milioni di sofferenza di cassa
Il raffronto fra debiti e disponibilità di tesoreria evidenzia una sofferenza di circa 11 milioni di euro. Alla quale si aggiunge il fatto che un istituto bancario ha chiesto di rientrare del milione e mezzo concesso come apertura di credito entro l’ottobre 2019, che un altro ha dimezzato l’esposizione da cinque a 2,5 milioni mentre un terzo ha azzerato il milione concesso.

Non c’è futuro
Sul piano economico, le prospettive di operatività dell’impresa, secondo il testo redatto da Ceccanti “non consentono di ravvisare una prospettiva situazionale quantomeno di equilibrio, né, tampoco, di prevedere che tale equilibrio verrà raggiunto in futuro, senza alcuna possibilità di produrre utili”.
Ecco dunque che non si può arrivare che “ad una valutazione negativa in ordine alla possibilità di continuare l’esercizio dell’impresa. La mancanza di linee di credito, l’impossibilità di ricorrere a crediti ulteriori stante il conclamato stato di crisi, l’impossibilità di adempiere anche gli obblighi tributari, le rilevanti passività sono tutti elementi incompatibili con una ripresa di fisiologica operatività, conclamando, al contrario, uno stato di crisi irreversibile“.

Pubblicato / aggiornato il 08/11/2018 alle 12:00
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Categoria: Economia e Lavoro