Scontro fra i sindacati dei medici e l’Ausl sulla gestione covid
Ospedale Parini
Il 2022 inizia con un duro scontro fra l’Anaao-Assomed (sindacato dei medici) e l’Azienda Usl della Valle d’Aosta in merito alla gestione della quarta ondata covid.
Scrivono i medici in una nota: «Siamo alle prese con la Quarta Ondata, già prevista da settimane, che richiede ancora sforzi per fronteggiare una nuova variante Covid (quella Omicron) della quale si conosce ancora poco, tranne l’elevata contagiosità. In Valle d’Aosta la situazione relativa al numero di pazienti Covid positivi ricoverati presso il Presidio Ospedaliero U. Parini, è progressivamente peggiorata. Di pari passo tutte le attività no Covid e le cure per i pazienti no Covid vengono ridotte sempre di più all’osso.
Le vaccinazioni proseguono regolarmente e, di fatto, non siamo in una situazione di emergenza paragonabile allo scorso inverno dal momento che abbiamo tutti la possibilità di circolare liberamente tra le vie delle città nonché, grazie al supergreen pass, di viaggiare, cenare al ristorante, andare al cinema e sciare.
Nonostante tutto questo, la gestione delle risorse umane in ospedale (dirigenza medica sanitaria e comparto) è rimasta ancorata ai vecchi schemi emergenziali e senza i tanto richiesti adeguamenti».
Il sindacato ricorda di aver avanzato «diverse richieste e dato ampia disponibilità per condividere i processi organizzativi, quali:
- la costituzione, anche mediante idonea certificazione, di una task force di medici e infermieri specializzati nella gestione dei pazienti Covid, da destinare ai reparti Covid qualora ce ne fosse stata la necessità;
- l’incremento degli organici mediante concorsi riguardanti in modo prioritario le specializzazioni più idonee al trattamento del Covid (malattie infettive, pneumologia) e a seguire tutte le altre.
- in caso di nuove ondate pandemiche, l’impiego “ragionato” e preventivamente organizzato delle risorse umane disponibili (medici, infermieri e Oss) invece del semplicistico e precoce spostamento degli operatori sanitari dai reparti chirurgici a quelli Covid, che invece provoca, come già accaduto per ben 3 volte, la chiusura di posti letto chirurgici (perché privi di adeguata assistenza sanitaria), la riduzione complessiva di posti letto disponibili in ospedale per le patologie non Covid e l’inevitabile intasamento del pronto soccorso già gravato da accessi non appropriati, con grave disagio per i sanitari e per i cittadini che abbisognano di cure;
- la riduzione tempestiva e temporanea delle attività ambulatoriali per le patologie croniche, differibili e comunque gestibili anche sul territorio;
- la non precettazione, in prima battuta, dei chirurghi per curare i pazienti con polmonite Covid, sulla base del semplice ragionamento che i chirurghi dovrebbero fare i chirurghi (sembra ovvio, ma chi ha funzione gestionale in questo nosocomio evidentemente la pensa diversamente) ed essere precettati solo in caso di reale necessità e solo dopo che il personale più idoneo alle cure di questa patologia sia stato impiegato nell’assistenza ai malati Covid, salvaguardando il rispetto dei Lea per i cittadini e garantendo assistenza per i ricoverati no Covid».
I sindacati sostengono che le richieste fatte non sono state prese in considerazione. Anzi: «Chi sovrintende alla gestione del personale operante nel presidio ospedaliero, recluta volontari o precetta medici di qualsivoglia specializzazione (anche non equipollente o affine) per assistere i pazienti ricoverati per il Covid in base alla “logica” delle teste presenti nelle diverse strutture e non in base alle specifiche competenze. E le stesse modalità di azione sono applicate da chi gestisce il personale di comparto.
I pazienti chirurgici e quelli non Covid sono, per la quarta volta, tornati ad essere considerati pazienti di “serie B” perché i loro percorsi diagnostico-terapeutici e i loro ricoveri vengono progressivamente sospesi, così bloccando di fatto per la quarta volta l’abbattimento delle liste di attesa, anche chirurgiche;
Le sale operatorie vengono aperte e chiuse come se il dipartimento di chirurgia fosse una “fisarmonica”, con la solita motivazione dell’emergenza (peccato che tale prassi sia stata sistematicamente adottata anche le scorse settimane, quando i pazienti ricoverati in ospedale per Covid erano meno di una ventina e l’emergenza non c’era!).
Stessa sorte è toccata ai posti letto ospedalieri, già da metà novembre, prima chiusi e poi riaperti, in reparti come la chirurgia generale e le medicine specialistiche con la “motivazione” dell’assoluta necessità di destinare infermieri e Oss alle attività Covid per carenza di personale. Cosa ne è seguito: intasamento per giorni del PS a causa di pazienti no Covid in attesa di ricovero.
E tralasciamo di esplicitare tutte le dinamiche (a nostro avviso sensate solo in minima parte) sino ad ora impiegate per la chiusura dei soliti reparti di degenza no Covid , poi riconvertiti in reparti Covid».
L’accusa è di ripetere acriticamente schemi precedentemente applicati: «Di nuovo, i ricoveri Covid sono in progressivo aumento a causa del cronico e inadeguato filtro sul territorio per i casi non acuti e della difficoltà a dimettere dall’ospedale i pazienti Covid non gravi per inviarli al domicilio o presso le strutture territoriali.
Il perpetuarsi senza “mutazioni” e secondo schemi “superati” della gestione dei posti letto e del personale all’interno del presidio ospedaliero lasciano poca speranza. Trattasi ormai di un film già visto più volte e 3 ondate e quasi due anni di emergenza pandemica non sono stati sufficienti per cambiare il passo».
Il sindacato dei medici paventa un prossimo ingresso in area giallo o arancione e aggiunge: «L’ospedale continua a essere ciclicamente paralizzato, con il personale sanitario che viene spostato da una parte all’altra, senza un progetto che preveda quali attività (anche ambulatoriali) siano effettivamente e temporaneamente “sacrificabili” e quali no, per evitare che l’accesso alle cure durante le ondate pandemiche sia ancora limitato ai soli pazienti che necessitano di ricovero per patologie urgenti o non differibili».
La conclusione è che «la salute pubblica non può essere soltanto “Covid e vaccini” per l’unica azienda USL della regione.
Se si persiste nel rinviare o allungare i tempi di diagnosi e cura per i pazienti no Covid chirurgici o affetti da patologie a elevato impatto sociale, non si potrà fare a meno di assistere a uno stabile aumento dell’insorgenza di complicazioni legate alla lunga attesa con conseguenti effetti negativi sulla salute collettiva che già sono visibili da alcuni mesi ma che purtroppo saranno ancora più marcati per molti anni a venire».
La risposta dell’Ausl
Questa la risposta dell’Azienda Usl agli addebiti formulati dai propri medici:
- la USL non sta improvvisando alcunché, e che ciò che sta applicando è il Piano per l’emergenza Covid, discusso definito ed approvato nel Collegio di direzione con la partecipazione di tutti i Direttori di Dipartimento, delle aree e del Coordinatore dell’emergenza stesso; ed infine che tale piano è stato oggetto ripetuto di discussione e confronto in azienda.
- se c’è una certezza appresa dalle precedenti ondate, è che non si può aspettare che gli eventi ci travolgano ma che dobbiamo sempre precederli: non sarebbe opportuno allestire i reparti solo quando in Pronto soccorso c’è la fila di pazienti Covid in attesa di un posto letto. Curioso che una parte del sindacato della dirigenza medica minimizzi l’andamento dell’attuale situazione epidemica, senza precedenti per numeri di nuovi casi giornalieri e per curva di crescita, in Europa, Italia ed anche Valle d’Aosta
- questa Usl ha interrotto tutte le prestazioni non urgenti (comprese quelle ambulatoriali) su indicazione del Ministero, esattamente come è avvenuto in tutta Italia, e come lo stesso sindacato scrivente in altre Regioni aveva sollecitato. Che tale provvedimento è stato assunto, a malincuore ma obbligatoriamente, proprio per assicurare l’assistenza ai pazienti Covid e non Covid urgenti; recuperando innanzitutto posti letto disponibili, nonché personale disponibile: infermieri, OSS ed infine medici.
- l’assistenza ai pazienti Covid non può essere in carico solo ai medici internisti o di area medica, ma deve essere garantita anche dai medici di area chirurgica (i più alleggeriti dalla sospensione dell’attività non urgente), così come lodevolmente è sempre stato fatto. L’emergenza è tale che non può essere assorbita da una parte sola dell’organizzazione, nessuno se ne può chiamare fuori (a titolo di esempio ricordo che un reparto come la Medicina interna, oltre a contribuire all’assistenza ai reparti Covid, al momento, ha 65 pazienti ricoverati non-Covid provenienti dal Pronto Soccorso (51 nel proprio reparto più altri 14 “appoggiati” in altri reparti). Questo sforzo comune ci ha consentito di reggere; spiace che sia proprio un sindacato a metterlo in discussione, rischiando di innescare una contrapposizione fra medici.
- almeno al momento attuale la regione Valle d’Aosta è ancora in zona bianca, a differenza dei tute le regioni vicine nel nord Italia, che hanno già cambiato colore o che lo cambieranno da lunedì.
- come è noto, questa Usl ha bandito concorsi per 47 medici di 23 specialità. I bandi sono chiusi da poco. Purtroppo, i partecipanti, inferiori alle necessità, sono in gran parte non ancora specialisti, non reclutabili nell’immediato. In ogni caso, i primi concorsi sono in programmazione in tempi molto brevi. In alcune specialità vi è una buona adesione, in controtendenza, frutto di contatti e di lavoro di rete; Assessorato e Azienda hanno messo in campo tutti gli incentivi economici possibili per riconoscere lo sforzo e l’impegno del personale sanitario.
- come sempre l’azienda è aperta al confronto. Spiace rilevare che in questo caso non ci è giunta, sul tema, alcuna richiesta di confronto dal sindacato scrivente.
Anche il sindacato dei primari entra nella polemica:
A tal proposito, il sindacato dei primari ospedalieri (Anpo Vda) ci tiene a mettere in evidenza «l’impegno, la professionalità dei medici e di tutto il personale impegnato ad affrontare la pandemia, e quindi a curare sia i malati affetti da covid19 sia tutti gli altri».
Sostiene che «purtroppo non esistono soluzioni che possano eliminare il problema e che permettano di procedere come se il virus non esistesse. L’organizzazione e la dedizione dell’pspedale non possono risolvere tutti i problemi, che spesso nascono nella società in generale e che sono conseguenza anche di comportamenti inadeguati e di mancata fiducia nella scienza».
In conclusione, afferma che «la ripartizione dell’impegno a curare i pazienti affetti da covid19 su tutte le specialità cliniche permette all’ospedale di proseguire nella sua missione, prendendo in carico tutti i malati che hanno bisogno di cure urgenti. I primari e tutti i responsabili di struttura sono stati coinvolti tempestivamente nelle scelte aziendali, al fine di potere affrontare i bisogni dei malati affetti da covid19 e mantenendo, là dove è possibile, le attività ordinarie, non di emergenza-urgenza, nel rispetto del Piano aziendale e delle indicazioni nazionali. L’etica della nostra professione ci impone, dunque, di mettere da parte le faziosità, di rispettare il giuramento di Ippocrate mettendoci, “…in caso di pubblica calamità, a disposizione dell’autorità competente”, attenuando il più possibile l’impatto del virus».
Pubblicato / aggiornato
il 03/01/2022 alle 15:31
Visualizzato volte
Categoria:
Salute