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Le osservazioni al Piano faunistico venatorio

Le osservazioni al Piano faunistico venatorio (©Angelo Musumarra per bobine.tv) - Il corposo fascicolo del Piano regionale faunistico venatorio

Il nuovo. Piano faunistico venatorio della Regione autonoma Valle d’Aosta è oggetto di Valutazione ambientale strategica e, quindi, si possono presentare osservazioni.

Valle d’Aosta Aperta

«Mio padre diceva “nessuno racconta tante balle quante il cacciatore a valle”». Così Daria Pulz, ex consigliere regionale e componente del direttivo di Ambiente diritti e uguaglianza – Sinistra italiana, movimento politico che fa parte coalizione Valle d’Aosta aperta (con Area democratica – Gauche autonomiste e Movimento 5 stelle), ha sintetizzato le osservazioni presentate, il 6 settembre 2024, nell’ambito della Valutazione ambientale strategica (Vas) al Piano regionale faunistico venatorio, la cui fase istruttoria è stata avviata a luglio.

«Siamo partiti da apprezzamenti per il grande lavoro di studio delle specie faunistiche presenti nella nostra regione – ha spiegato Daria Pulz, in una conferenza stampa specifica, svoltasi nel pomeriggio di martedì 10 settembre 2024 – tuttavia rileviamo criticità che auspichiamo siano prese in seria considerazione. Il Piano, letto in sinergia col calendario venatorio, fa rilevare problematiche che riguardano la questione dei centri di controllo e dei censimenti, la cui funzione è di assicurare la raccolta dei dati relativi alla selvaggina cacciata per determinare le quote di animali da abbattere. Questi centri sono previsti in diverse stazioni forestali, distogliendo così il personale dall’attività di anti-bracconaggio e di tutela sanitaria, mentre noi proponiamo che il controllo sia gestito da volontari formati, come studenti di scienze forestali, che non appartengano al mondo venatorio in modo da garantire una maggiore imparzialità, dato che sono indispensabili controlli incrociati e indipendenti per adempiere a questi compiti. Allo stesso modo l’attività di censimento, che è in capo al Corpo forestale valdostano con l’ausilio dei cacciatori, deve rinnovarsi nel metodo, per rendere i censimenti e i monitoraggi più affidabili e veritieri, anche in considerazione del fatto gli animali adottano strategie anti predatorie perché sono intelligenti. Ad esempio, i caprioli stanno meno diffusamente in gruppo, i camosci non dormono più sotto gli abeti rossi e si rendono pertanto meno visibili».

Altre criticità sono rappresentate dalla mancanza di dati precisi sull’attività di bracconaggio in Valle d’Aosta e la gestione del lupo: «nel Piano andrebbero inseriti i dati sull’attività di bracconaggio, per capire quanto sia diffuso questo fenomeno – ha proseguito Pulz – e quanta parte dell’attività del Corpo forestale vi sia concentrata. Il Piano, inoltre, indica un forte calo di presenze del capriolo e del cervo e, per entrambe le specie, dovrebbe quindi essere diminuita la percentuale di abbattimenti, che sono stati decisamente invasivi negli ultimi anni, mentre la presenza del lupo non risulta così determinante, nelle aree protette, per la densità della popolazione degli ungulati, al contrario di quanto da più parti si vuole sostenere, nonostante i tanti studi della comunità scientifica sulla persistenza costante delle risorse atrofiche. Il Piano definisce un numero certo di 58 lupi ma, rispetto all’entità e alla densità della sua presenza, ancora molto andrebbe fatto. I metodi dissuasivi come i cani da guardiania e le reti elettrificate, dove rigorosamente adottati, hanno ampiamente dimostrato la loro efficacia».

La vetrina dedicata ai 'residui artici' al museo di scienze naturali di Saint-Pierre, con la lepre variabile in primo piano
La vetrina dedicata ai ‘residui artici’ al museo di scienze naturali di Saint-Pierre, con la lepre variabile in primo piano

«Anche il numero dei cinghiali è in progressiva diminuzione – ha rimarcato Daria Pulz – attualmente anche per la peste suina africana che ,nel vicino Piemonte ,è devastante e che, come spiegano numerosi studi di settore, è diffusa attraverso la presenza di allevamenti intensivi e il trasporto di carni infette. Abbiamo inoltre proposto di vietare la caccia “in braccata” privilegiando quella “in girata”, per diminuire il disturbo sulla restante fauna e una maggiore sicurezza. Vi sono poi specie a rischio di estinzione in molte regioni d’Europa per le quali le principali minacce sono la caccia insieme ai cambiamenti climatici. Queste tre specie, la coturnice, la pernice bianca e la lepre variabile, riteniamo che non andrebbero cacciate, anche in base alla direttiva del Parlamento europeo. Proprio la scarsità di esemplari, in particolare della pernice e della lepre variabile, ha fatto sì che nel Museo di scienze naturali di Saint-Pierre vi sia una sala dedicata a questi animali definiti “residui artici” dell’ultima glaciazione. Siamo poi totalmente contrari alla caccia allo stambecco e il Piano dovrebbe essere molto più chiaro in questo senso. Lo stambecco alpino deriva da un ceppo molto limitato che è stato a forte rischio di estinzione. Poiché non vi sono diversi ceppi genetici, basta un agente patogeno per distruggere tutta la specie e quindi il numero di individui di una specie non è sufficiente per giustificare l’apertura della caccia. È inutile festeggiare il centenario della creazione del Parco del Gran Paradiso e far finta di scordarsi che fu istituito proprio per evitare l’estinzione totale dello stambecco. Allo stesso modo permettere di cacciare il piccolo di camoscio non ha alcun senso, perché subisce per primo gli effetti della selezione naturale».

«Nel Piano, sempre a carico dei cacciatori – ha quindi aggiunto la consigliere regionale Erika Guichardaz – è messa in conto la creazione di una filiera delle carni, prevedendo il recepimento delle linee guida in materia di igiene delle carni di selvaggina selvatica, la formazione dei cacciatori come operatori del settore alimentare che devono assicurare i requisiti d’igiene dall’abbattimento fino al conferimento e l’obbligo, per i capi abbattuti in caccia, che la cessione a esercizi di commercio al dettaglio debba avvenire preferibilmente se l’abbattimento è stato realizzato con munizioni atossiche, non contenenti piombo. Riteniamo sia basilare aumentare il plafond di cacciatori abilitati all’attività di controllo e la definizione delle modalità della pratica del controllo della specie, specificando chi possa prenderne parte, la necessità e la modalità di preavvertimento della Stazione forestale interessata, l’orario e la zona di uscita, che dovranno essere determinate con rigore, altrimenti il cacciatore che non si attiene è considerato in esercizio di caccia. Ricordiamo che la normativa europea richiede un divieto generale di commercializzazione, per evitare una pressione nociva sui livelli di prelievo. Rispetto all’utilizzo delle munizioni atossiche e monolitiche, sarebbe importante fare un passo avanti nel contrasto al saturnismo e non limitarsi a invitare a usarle ma proibire il piombo da subito, almeno per gli uccelli e per le carni che si intendono commercializzare, vista la pericolosità del munizionamento a piombo, che si separa in schegge e microschegge, come causa di avvelenamento per ingestione sia per gli esseri umani sia per gli animali. Nei siti “natura 2000” vige il divieto assoluto, a fronte però di una norma che fatica a essere completamente attuata tramite sanzioni efficaci».

Daria Pulz ed Erika Guichardaz presentano le loro osservazioni alla Vas del Piano regionale faunistico venatorio
Daria Pulz ed Erika Guichardaz presentano le loro osservazioni alla Vas del Piano regionale faunistico venatorio

«Siamo contrari al principio di rotazione delle oasi di protezione – ha spiegato la consigliere del gruppo Pcp del Consiglio Valle – e, in ogni caso, andrebbero escluse dal principio di rotazione quelle zone che rivestono un importante ruolo di fruizione turistico-ricreativa. Nel nuovo Piano, senza un’apparente motivazione e in aperto contrasto con gli obiettivi di tutela della biodiversità imposti dall’Unione europea nella Strategia sulla biodiversità 2030 ma anche con le premesse dell’analisi ambientale del Piano faunistico venatorio, si riducono le oasi di Gaby e del Grand Tournalin. La riduzione della corposa area del Grand Tournalin, motivata richiamando una non meglio argomentata “semplificazione e uniformità dei confini” parrebbe preordinata a rimuovere ostacoli di tutela ambientale, funzionali alla tutela della Zps [Zona di protezione speciale, definite da una direttiva europea, che ha lo scopo di garantire la conservazione delle specie ornitiche di interesse comunitario, n.d.r.] per consentire la realizzazione del progetto del Vallone della Cime Bianche più che per garantire la sopravvivenza a lungo termine delle specie e degli habitat. Dopotutto basta leggere lo studio propedeutico e preliminare alla valutazione di fattibilità del collegamento intervallivo Cime Bianche per capire l’impatto che opere funiviarie avrebbero sulla fauna selvatica dell’area. In questo senso la prevenzione potrebbe essere anche messa in atto in base a specifiche valutazioni di impatto e si potrebbero proporre tipologie di intervento legate all’economia rurale, con incentivi specifici a questo scopo per i conduttori di fondi per il mantenimento di pratiche agro-pastorali che avvantaggino la presenza di queste specie».

Erika Guichardaz ha quindi chiesto, tra le varie proposte, «un progetto a lungo termine per agevolare la ristrutturazione nei vecchi villaggi che giacciono in progressiva rovina e che potrebbero trovare nuova vita con l’avvento di nuovi residenti che pratichino la pastorizia e ritornino a coltivare la terra» e «nell’ottica della prevenzione ci pare necessario prevedere la riduzione di minacce derivanti dalla prossimità di impianti sciistici di risalita, l’apertura di linee di penetrazione come strade forestali e poderali e, rispetto alle zone di protezione, andrebbero inclusi i territori adiacenti per evitare la creazione di industrie, discariche, cave, strutture impattanti che comprometterebbero la tutela del paesaggio necessaria per la sopravvivenza delle specie» ribadendo, ancora una volta, la contrarierà «all’eliski e all’impiego di elicottero per uso turistico e l’abbandono della realizzazione di impianti faraonici, come quello del Vallone di Cime Bianche, il collegamento Pila-Cogne e i relativi manufatti avveniristici».

Infine Erika Guichardaz ha espresso perplessità «rispetto ai permessi giornalieri che hanno semplicemente fini commerciali e promuovono un turismo venatorio pericoloso e senza logica di tutela. Il Piano manca totalmente di una visione più ampia riferita alla presenza di specie animali in libertà che sempre di più sono attrattive verso l’esterno. Per incentivare questo aspetto sarebbe preferibile la previsione di una segnaletica diffusa su tutto il territorio regionale dedicata alla presenza delle varie specie».

Ripartire dalle Cime Bianche

L’associazione Ripartire dalle Cime Bianche è un comitato spontaneo di cittadini, composto da residenti, proprietari e amici storici di Ayas, che si è attivato nel corso degli anni 2015 e 2016 ai fini della tutela e della valorizzazione dell’alta Val d’Ayas e del Vallone delle Cime Bianche, formalizzatosi nel corso del 2017, al fine di rafforzarne l’attività di studio, di divulgazione, di confronto e di animazione sul territorio.

Esaminata la documentazione riguardante la proposta di Piano Regionale Faunistico-Venatorio, ha. presentato le seguenti osservazioni:

Ipotesi di riduzione della superficie della storica Oasi di Protezione della Fauna Grand Tournalin, istituita nel 1969
La proposta introduce la possibilità di escludere dall’Oasi di Protezione la superficie in destra orografica esterna alla ZPS “Ambianti Glaciali del Monte Rosa”.
Dalla cartina, si evince che i territori esclusi riguarderebbero il Vallone di Nanaz con la Becca Trecare, le pendici fra il Palon di Nanaz e il Monte Croce, una fascia a valle dell’alpe Courtaud, il terrazzo glaciale che dal colle della Croce si innalza verso la Roisettaz, e lo stesso Grand Tournalin, che dà il nome all’Oasi.
La riduzione sarebbe compensativa di ampliamenti o istituzione di altre Oasi di protezione e propedeutica all’avvio di una rotazione quinquennale delle stesse Oasi di protezione.
La proposta non comprende al momento un attento monitoraggio preventivo di specie pregiate e delicate presenti nel territorio che sarebbe escluso.
La scheda relativa all’Oasi di protezione in questione, presente nella Relazione del PRGC del comune di Ayas, che viene allegata, indica la presenza sul territorio che verrebbe escluso di importanti siti di riproduzione della pernice bianca e di presenza della Coturnice
Inoltre, più recentemente, gli studi faunistici realizzati nell’ambito degli Studi propedeutici e preliminari alla valutazione di fattibilità del collegamento intervallivo Cime Bianche evidenziano una grave carenza di dati faunistici e, sulla base di monitoraggi puntuali, la presenza nell’area che verrebbe esclusa della pernice bianca, della coturnice e della lepre variabile.
Inoltre, l’area appena a valle dell’alpe Courtod risulta, sulla base dei monitoraggi di cui sopra, contigua ad un importante sito di riproduzione del gallo forcello.
Si ritiene, pertanto, che precedentemente ad ogni ipotesi di riduzione dell’Oasi di Protezione della Fauna Grand Tournalin, siano indispensabili accurati monitoraggi sulla fauna presente, sull’importanza dell’area che sarebbe esclusa ai fini della conservazione in modo particolare dell’avifauna di cui all’allegato I della Direttiva Uccelli (DIRETTIVA 2009/147/CE ). A tal fine andrebbero altresì acquisiti i report faunistici contenuti negli Studi propedeutici e preliminari alla valutazione di fattibilità del collegamento intervallivo Cime Bianche.

Oasi Fauna Grand Tournalin Riduzione A

Stambecco – Azioni per una possibile gestione dello stambecco in Valle d’Aosta
La proposta di Piano Faunistico Venatorio ventila la possibilità di introdurre la gestione venatoria, cioè la caccia allo stambecco in Valle d’Aosta.
Risulta, invero, paradossale, e a nostro avviso scandaloso ed inaccettabile, che la Valle d’Aosta, di cui lo stambecco è l’animale simbolo, che lo stambecco salvò dall’estinzione, ora si appresti a permetterne l’uccisione.
Ai turisti, agli escursionisti, che frequentano la Valle d’Aosta, si riempie sempre il cuore di gioia quando riescono a scorgere, ad avvicinare, a fotografare lo stambecco.
Stambecco che, con la caccia, sarebbe indotto a cambiare abitudini, a eludere le persone con una caduta d’immagine per la Valle d’Aosta senza precedenti.
Questa ipotesi pone una questione ancora maggiore: c’è una sola ragione di ordine sanitario, relativa alla conservazione della specie, agli equilibri ecologici (si pensi ai necrofagi, quali il gipeto, che si nutrono delle carcasse di animali periti), oppure riguardante danni all’agricoltura o a qualche altra attività che consiglino l’introduzione della caccia allo stambecco? 
Ancora, in relazione alla diversità genetica nel piano viene giustamente citato come un problema il “collo di bottiglia” legato alla ripetuta quasi estinzione. La Valle d’Aosta ospita in linea teorica la maggior variabilità possibile, essendo l’unica area dove la specie non si è mai estinta. Perché rischiare di causare artificialmente una ulteriore riduzione?
Oppure si tratta della volontà della specie umana di voler intervenire su ogni ciclo vitale del pianeta, di eliminare esseri viventi unicamente per imporre la propria supremazia?

L’Associazione. conclude auspicando che «la Valle d’Aosta non rincorra, nell’attuale contesto di consapevolezza culturale, tali minoritari interessi corporativi».

Pubblicato / aggiornato il 12/09/2024 alle 15:33
Categoria: Politica e Amministrazione