Ad Aosta un colon gonfiabile per sensibilizzare sui tumori colorettali
(©Angelo Musumarra per bobine.tv) -
Uno degli stand della Croce Rossa italiana ed il gonfiabile che riproduce il colon-retto in piazza Chanoux ad Aosta
Sono 76 i casi di tumore al colon-retto che sono stati scoperti dal 2006 al 2014, grazie alla campagna di screening avviata dall’Azienda Usl, che rappresentano il 5,7% del totale dei 20.609 valdostani, il 62% dei 33.163 invitati a partecipare all’iniziativa.
Il dato è stato reso noto nella mattinata di sabato 10 maggio 2025, Giornata della prevenzione dei tumori colorettali, durante il convegno Dalla prevenzione alla cura, che si è svolto nel salone Viglino di Palazzo regionale, ad Aosta, da Sergio Crotta, che ha diretto la struttura di gastroenterologia dell’ospedale di Aosta per 18 anni e che, dal 2001, ha organizzato lo screening pilota per il cancro del colon-retto mediante la ricerca immunochimica del sangue occulto fecale, partendo dai Comuni di Saint-Vincent e Châtillon.
«Questa iniziativa è nata a Chamonix, durante una convalescenza conseguente ad una brutta polmonite – ha ricordato Sergio Crotta – e siccome ero ospite di Roberto Rosset, attuale presidente dell’Ordine dei medici, si parlava degli screening femminili che venivano organizzati già dagli anni Ottanta, ma ci rendevamo conto che non c’era nulla per il cancro colorettale, anche se in gastroenterologia si cominciava a parlare della necessità di organizzare questo tipo di attività. Roberto Rosset era assessore comunale a Châtillon e ne aveva parlato anche con Maura Susanna, che ricopriva lo stesso ruolo a Saint-Vincent, partendo poi con uno screening pilota e riuscendo ad avere una sovvenzione di sessanta milioni di lire dai due Comuni, perché non avevamo l’appoggio da parte della Regione, contraria a questa iniziativa, e infatti la camuffammo come sensibilizzazione della popolazione».

«Lo screening è un atto molto complesso di politica sanitaria e, nello specifico questo, dopo aver interessato tutti i 75 Comuni valdostani, ha un’estensione di due anni – ha continuato Crotta – il passo vincente è stato però di coinvolgere i volontari della Lilt, la Lega italiana per la lotta contro i tumori della Valle d’Aosta, che ci aiutano ancora adesso nella consegna del kit di raccolta delle feci e che andavano in tutti i Comuni e spiegavano come si faceva la raccolta, perché poteva essere anche eseguita in maniera molto sbagliata, e come poi portare il campione alle farmacie che collaboravano. I soggetti positivi poi venivano sottoposti ad una colonscopia, mentre i negativi sarebbero stati richiamati dopo due anni. Dei positivi poi 5% aveva un cancro, mentre gli altri invece avevano dei polipi o degli adenomi. L’adesione è stata elevata e ci ha permesso di diagnosticare i cancri in stadio precoce, così come le lesioni pre-cancerose che sono i polipi, che togliendole fanno in modo che in futuro vengano poi meno cancri. È stato utile anche sensibilizzare la popolazione maschile perché solo le donne avevano l’abitudine di sottoporsi a screening per i tumori femminili, mentre ora, attraverso lo screening, imparano ad esserlo anche gli uomini, che sono meno attenti alla loro salute. In Emilia-Romagna, con la quale collaboriamo, dopo tre round di screening hanno visto che c’è stata una diminuzione della mortalità per cancro del 65% negli uomini e del 55% nelle donne e questo è un dato veramente importante».
I dati dei primi otto anni di screening hanno evidenziato un’elevata partecipazione della popolazione, con una media del 67% rispetto al dato nazionale del 47%, permettendo così uan diagnosi del cancro in stadio precoce e la relativa asportazione delle lesioni pre-cancerose, facendo così abbassare l’incidenza.
«Crotta ha creduto fortemente nello screening del colon-retto e l’ha portato avanti con la sua perseveranza e competenza facendo in modo che raggiungesse un livello di eccellenza – ha evidenziato Maurizio Castelli, direttore del Dipartimento di prevenzione dell’Azienda Usl – io sono subentrato nel 2017, sulla base delle indicazioni dell’atto aziendale per una riorganizzazione complessiva degli screening. Abbiamo avuto idee differenti per quel che riguarda l’impostazione ma, alla fine, siamo riusciti a mantenerlo, pur nella difficoltà e nella complessità delle attività, con un’adesione soddisfacente al primo livello di screening e comunque sempre superiore alla media, salvo il periodo compreso tra il 2020 e la fine del 2021 perché l’impegno dei volontari della Lilt era stato inibito e il reparto di gastroenterologia era inaccessibile per gli screening endoscopici oltre a vedere, in certi periodi, la sua attività fortemente ridotta».
L’importanza della prevenzione oncologica è stata ribadita anche da Marina Schena, già primario del reparto di oncologia dell’ospedale regionale, ora impegnata nella Fondazione oncologica valdostana: «quanto sono arrivata, nel 2017, esistevano già dei progetti finanziati dalla Fondazione ed io ho cercato di incrementare l’operatività nel campo della ricerca a livello ospedaliero – ha raccontato – gli studi clinici sono fondamentali per portare avanti la ricerca clinica e per diversi anni abbiamo lavorato con la Fondazione nel mantenere l’Ufficio studi clinici dell’azienda ospedaliera. Nel 2020 è uscito un bando e ne sono stati approvati sei, due in ambito epidemiologico, tre di ambito clinico ed uno di ambito organizzativo. Inizialmente questi progetti dovevano avere una durata biennale, ma visto quello che è successo tra il 2020 e il 2021, tutto si è un po’ fermato e quindi i progetti hanno avuto una proroga fino a marzo del 2025 e di fatto si sono appena conclusi».

«Il primo progetto epidemiologico riguarda la realizzazione di un registro tumori degli animali in Valle d’Aosta, un primo step verso la costruzione di una rete a livello nazionale informatizzata – ha precisato quindi Marina Schena – un progetto importante perché sappiamo quanto la nostra salute e quella dei nostri animali siano interconnesse. Il secondo riguardava la distribuzione geografica di incidenza mortalità e fattori di rischio per le neoplasie del polmone in Valle d’Aosta. Poi abbiamo i progetti clinici, quello sulla Pet-Psma [un esame avanzato utilizzato principalmente per diagnosticare e monitorare il tumore della prostata, n.d.r.] come approccio innovativo nella stadiazione dei tumori della prostata a rischio intermedio alto. Poi abbiamo il progetto della brachiterapia, un particolare tipo di radioterapia di cui noi non disponevamo e che consente di trattare tumori superficiali e tumori endocavitari con modalità molto peculiari, progetto non è ancora concluso perché l’ospedale sta acquisendo adesso le apparecchiature necessarie, uno step molto importante nel miglioramento dell’offerta curativa. Abbiamo poi il progetto “fertilità e tumori” che si si proponeva di andare a misurare la possibilità delle donne curate per una patologia tumorale, eventualmente guarite, di avere successivamente delle gravidanze, un tema oggi molto importante, perché sempre più pazienti guariscono e magari sono anche giovani ed hanno il desiderio di procreare dopo la malattia».
«L’ultimo progetto di tipo organizzativo, è quello che ha portato avanti dal Reparto di oncologia che aveva il titolo di “Avvicinamento ospedale-territorio del paziente oncologico” attraverso l’istituzione di un servizio di cure palliative simultanee nel day hospital di oncologia dell’ospedale Parini, progetto anche cofinanziato dalla rete oncologica – si è quindi soffermata Schena – questo progetto l’ho seguito personalmente, sentivamo l’esigenza di migliorare la continuità delle cure nel percorso del malato oncologico perché è fondamentale che ci sia un coordinamento tra l’ospedale e il territorio che garantisca la continuità delle cure e che la transizione deve essere qualche cosa di fluido e molto ben coordinata. Noi abbiamo pensato di farlo attraverso le cure palliative simultanee, che rappresentano un approccio relativamente innovativo, che molte realtà oncologiche fanno fatica a introdurre perché spesso con cure palliative si intende nell’immaginario collettivo quella cura “quando non c’è più niente da fare”. Questo è sostanzialmente sbagliato, anzi è proprio la cura del “c’è molto da fare”, perché la cura palliativa è l’ombrello di protezione che garantisce attenzione ai bisogni alla qualità della vita del paziente».

«Se l’oncologia si occupa di curare la malattia, le cure palliative si occupano di curare il paziente nel controllo dei sintomi, ma anche nel gestire problematiche psicologiche, sociali, spirituali e migliorare anche la sua consapevolezza rispetto al suo percorso – ha rimarcato Marina Schena – abbiamo quindi inserito la figura di medico palliativista all’interno del nostro Day hospital, promuovendo un contatto regolare fra oncologo e palliativista nel condividere il percorso del paziente e migliorare poi i tempi della presa in carico anche da parte del territorio. Noi siamo partiti con un ambulatorio di cure palliative simultanee a settembre 2022 ed il progetto è terminato a dicembre 2024. In poco più di due anni abbiamo inserito questo ambulatorio e portato avanti una ricerca per raccogliere dati che riguardavano la rilevazione delle necessità di cure palliative nei pazienti che avevano ancora in corso delle terapie attive attraverso dei test e la rilevazione del grado di informazione e di consapevolezza. In 25 mesi abbiamo reclutato 128 pazienti e svolto quasi 800 visite di cure palliative simultanee, producendo dell’attività scientifica, pubblicando due lavori, uno che riguardava il fabbisogno di cure palliative nella nostra realtà e l’altra la prevalenza dell’informazione sulla diagnosi di cancro e di consapevolezza della prognosi da parte dei nostri pazienti».
Il convegno è iniziato con i saluti del presidente della Regione, Renzo Testolin, che ha fatto un parallelo con la prevenzione del territorio: «soprattutto in contesti di cambiamento climatico come quelli che ci accompagnano in questi periodi, dove riesce ad investire preventivamente non bisogna andare a riparare dei danni – ha dichiarato – magari anche importanti, viste le piogge devastanti con le quali ci siamo confrontrati. In sanità è un po’ la stessa cosa, se si investe preventivamente nella salute dei cittadini non ci si trova poi in urgenza a dover affrontare delle situazioni magari molto più pericolose».
«Siamo da sempre in maniera assolutamente continuativa ai primi posti delle graduatorie nazionali rispetto all’attenzione alla prevenzione su questa patologia – ha confermato poi Carlo Marzi, assessore regionale alla sanità, salute e politiche sociali – lo siamo sempre stati, gli ultimi osservatori ci danno al secondo posto o al quinto posto, a seconda delle varie graduatorie che vengono prodotte in maniera anche un po’ in convulsa da parte della la sanità pubblica italiana e dei vari “bracci armati” che la compongono nel corso degli anni. Rispetto allo sforzo in termini di prevenzione della salute che la Regione ha sempre fatto rispetto a questo tema, i risultati sono di assoluta eccellenza».
La Giornata che vede anche la presenza dei volontari della Croce Rossa italiana della Valle d’Aosta in piazza Chanoux, dove sono stati organizzati diversi stand informativi sulla prevenzione oncologica e, con un ritardo di oltre tre ore, anche l’installazione di un gonfiabile che ha l’obiettivo di ricordare il colon, un modello didattico per comunicare le fasi della prevenzione, della diagnosi e del trattamento del tumore colorettale.
Pubblicato / aggiornato
il 10/05/2025 alle 13:43
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Categoria:
Salute