Protezione civile: Quando le parole diventano responsabilità
(©Angelo Musumarra per bobine.tv) -
L'inizio del convegno sulla comunicazione della protezione civile, con Luca Ferraris, Giuseppe Battarino, Renzo Testolin, Sara Ratto e Luca Calzolari
Evitare che gli operatori della protezione civile cambino mestiere per paura di essere indagati. È stato questo uno degli obiettivi del convegno Quando le parole diventano responsabilità, che si è tenuto nel salone della Grand Place a Pollein nella mattinata di sabato 7 giugno, nell’ambito dell’Esercitazione annuale di protezione civile.
Proprio le sentenze che hanno interessato dirigenti e operatori della protezioni civile, oltre che amministratori pubblici, sono state il punto di partenza della lunga serie di accortezze che sono state evidenziate dai relatori: «cercherò di preoccuparvi, cioè di “occuparvi prima”, nel senso etimologico della parola – ha iniziato Luca Ferraris, ingegnere e presidente della Fondazione Cima (Centro interuniversitario in monitoraggio ambientale) – noi siamo abituati a leggere i risultati delle sentenze dai giornali, dai titoloni, però in realtà le sentenze sono qualcosa di molto più complesso e ci dicono alcune cose che il sistema di protezione Civile deve tenerne conto. In Fondazione dal 2008 osserviamo questo fenomeno per poi prevederne gli effetti. Abbiamo seguito 185 casi, di cui 121 ancora in corso, costruendo una rete composta da giuristi e professori, in modo tale da riuscire ad avere tutti gli elementi che ormai rappresentano una materia di studio, cercando di estrarne dei precipitati, delle raccomandazioni».
Il risultato di questo lavoro sono sette volumi che approfondiscono le responsabilità della protezione civile: «il 70% dei procedimenti che riguardano il sistema della protezione civile durano tra gli 8 e 10 anni e nel 90% dei casi si arriva all’assoluzione. Verrebbe da dire quasi tanto rumore per nulla, no? – si è chiesto Luca Ferraris – ma visto che i procedimenti durano così tanto bisogna in qualche modo aggredirli sin dai momenti iniziali, non lasciarli andare in un percorso doloroso, lungo e critico per gli operatori. Anche se si viene assolti, si sono vissuti dieci anni di pena, che a un certo punto diventano anche di “pena sociale”, e sarà opportuno introdurre nelle fasi iniziali dell’evento anche una serie di indagini anche da parte del sistema, in modo tale che poi le perizie non vengano lasciate solo alla magistratura che ha i suoi tempi medio lunghi. La protezione civile è così attenzionata dal sistema giuridico perché ha il compito di tutelare la vita umana, un bene di rango costituzionale. Ci vengono contestati i reati di inondazione, frana, valanga, crollo di costruzioni, disastro e omicidio colposo con due grandi famiglie di comportamenti, le “condotte commissive”, sbagliando e cagionando, e quelle “omissive”, vale a dire “di non aver impedito”. Non ci si riferisce però all’evento alluvione o frana, ma dal punto di vista delle sentenze dei magistrati quello che si provoca è la morte delle persone, questione che per molto tempo aveva creato un grande equivoco. La colpa viene poi distinta in “colpa specifica”, vale a dire che all’operatore viene contestato di non aver seguito una certa regola cautelare o una procedura, oppure in “colpa generica”, dove non c’era una regola, ma si è stati negligenti, imprudenti o imperiti. Se sulla colpa specifica sembra tutto un po’ più facile, su quella generica è molto più difficile, perché lasciamo praticamente il giudizio al perito e in qualche modo al giudice, dato che la regola cautelare viene stabilita ex post».

Il presidente di Fondazione Cima ha quindi presentato tutta una serie di casi, tra cui anche quello della frana provocata dall’esondazione del torrente Comboé durante alluvione di Pollein nell’ottobre 2000, che vide nove persone rinviate a giudizio per disastro e omicidio colposi e, dopo otto anni, assolte, con la condanna del solo geologo della Regione, Massimo Pasqualotto, poi annullata per prescrizione: «c’era un sistema di monitoraggio che a un certo punto smise di funzionare – ha ricordato Luca Ferraris – e, a seguito di una serie di allarmi, il geologo fece la valutazione di non allertare e quindi di non attivare il Piano di protezione civile che avrebbe dato luogo all’evacuazione e quindi successe l’evento. Da parte nostra c’è stata una forte critica a questa sentenza».
L’aspetto comune delle pronunce della Corte di Cassazione sui processi alla protezione civile è stato il fatto di distinguere tra eventi con preavviso da quelli imprevisti, sui quali è necessario lavorare “in tempo di pace”.
«Nelle ultime sentenze emerge in maniera molto chiara come ormai il sistema giuridico ha capito che lavorare in emergenza è molto più complesso e articolato rispetto al tempo di pace – ha chiosato il presidente di Fondazione Cima – tante volte la critica non ci viene mossa per un errore fatto in una fase di emergenza, ma di non aver lavorato prima, di non aver pianificato e pensato le procedure in tempo di pace. Questo è il luogo dove noi di solito cadiamo, perché è chiaro che le decisioni prese in emergenza sono fatti in contesti veloci, complessi e difficili. Cadiamo quando non abbiamo procedure, quando abbiamo piani fatti male, quando non abbiamo lavorato bene in tempo di pace».
«Le motivazioni delle sentenze dal punto di vista della comunicazione mediatica sono totalmente ignorate – ha quindi evidenziato Giuseppe Battarino, ex magistrato, scrittore, consulente e docente universitario – vi ricorderete la sentenza dei jeans (la sentenza della Corte di Cassazione n. 1636 del 1998, che aveva annullato la condanna per stupro di un uomo, in quanto era stato ritenuto, tra l’altro, “che la vittima, indossando jeans aderenti, non avrebbe potuto essere violentata senza la sua collaborazione. n.d.r.) e, visto che nella ricerca di un responsabile c’è sempre del rumore, arrivando dentro qualcosa che non vuoi, ho letto questa sentenza dove c’era scritta una cosa totalmente diversa. È quindi fondamentale la conoscenza reale delle cose ed esiste la necessità di una formazione giuridica di base per “non giuristi”, perché viviamo immersi nel diritto e nelle regole».

«Bisogna essere intolleranti contro l’inadeguatezza – ha continuato l’ex magistrato – non tutti coloro che partecipano alla vita di un sistema sono adeguati a parteciparvi e noi dobbiamo prevenire il rischio giuridico, conoscendo cosa ci circonda e cosa ci manca. Luca Ferraris ha consigliato di aggredire subito il contenzioso ed io, da tecnico del diritto, mi chiedo se durante quei lunghi procedimenti penali siano state svolte indagini difensive o ci si è limitati ad aspettare. Io ho una certa esperienza come magistrato sui temi di responsabilità professionale sanitaria e se una direzione sanitaria mi diceva di indagare sulla la morte di un paziente, io chiedevo chi fosse stato coinvolto nelle sue cure ed spesso mi facevano avere un elenco di 18 persone a carico delle quali attivavo un procedimento. Alcune direzioni sanitarie avvedute invece mandavano un elenco motivato di quattro persone, spiegando cosa avevano fatto e la “suonata” cambiava già in udienza preliminare, in certi casi consentendo la chiusura immediata del processo».
Giuseppe Battarino ha rimarcato anche il problema della frustrazione presente nell’attuale società: «sono stato pubblico ministero e giudice per le indagini preliminari ed ho notato che le denunce che arrivano dai cittadini a carico di chi pratica la solidarietà sono abnormi – ha rimarcato – viviamo in una società malata e quindi è bene rendersi conto ed operare la prevenzione durante l’azione di risposta della protezione civile all’emergenza. C’è una scarsa educazione all’uso delle risorse collettive e al riconoscimento della distribuzione di responsabilità, questo causa un aumento patologico delle aspettative. Viviamo in un individualismo illusorio anche se le risorse di sistema hanno una destinazione costante alla collettività, ma l’atteggiamento è quello di un’appropriazione occasionale dal sé al singolo. Pensate a come questo si confronta con la complessità di una risposta all’emergenza negli eventi che interessano il sistema di protezione civile anche se ci sono delle regole di accesso, una distribuzione delle prestazioni e una destinazione garantita a tutti. Basti pensare banalmente ad una mensa da campo allestita in occasione di un macroevento e come si possa gestire l’individualismo illusorio politico, che genera la percezione della sottrazione a sé, ma noi dobbiamo confrontarci con questo sistema».
«La protezione civile, non è umanesimo vago, è scienza e quindi ha dei parametri di comportamento scientificamente convalidati, criteri organizzativi diabolicamente importanti – ha proseguito Giuseppe Battarino – dobbiamo lavorare sulla comune comprensibilità e le sentenze ambiscono a essere comprensibili, leggiamo le motivazioni, è lì dentro che c’è il racconto della storia. Quando voi sentite quei osceni programmi televisivi che parlano di tutto ciò che riguarda giustizia e sicurezza senza sapere nulla e viene citata una sentenza, magari solo un passaggio disarticolato che non consente di capire, è tragico, ma i sistemi di risposta all’emergenza hanno una logica unica rispetto ai soggetti ed alla loro appartenenza. Bisogna aver sempre ben chiaro tutto il quadro, per poterlo poi raccontare nel momento del bisogno, anche durante il contenzioso indesiderato. Nella comunicazione c’è qualcosa di insufficiente nel codice della protezione civile, nella ormai datata legge 150 del 2000 sulla comunicazione pubblica delle Amministrazioni e credo che si dovrebbe arrivare a fare a meno di molti consulenti e periti, che sono una compagnia di giro che raccontano sempre le stesse cose, un po’ come quelli che partecipano ai talk show televisivi. Bisogna semmai pensare alla presenza di consulenze interne al sistema, formando qualcuno che sia competente. Dopottutto oggi noi abbiamo un problema di deprivazione culturale sociale e di dealfabetizzazione grave. Il 30% circa dei cittadini italiani non sarebbe in grado di comprendere minimamente quello che ci stiamo dicendo ma all’utente si richiede una prestazione informata e le ragioni oggettive dell’organizzazione dovranno prevalere sulla percezione soggettiva del bisogno, con le modalità di intervento che sono rimesse agli operatori di sistema e non al gradimento del cittadino».

Di comunicazione specifica si è parlato durante la tavola rotonda successiva, condotta dal giornalista Luca Calzolari, che oltre a Luca Ferraris e Giuseppe Battarino ha visto la presenza di Gabriella Casertano, responsabile del servizio telecomunicazioni di emergenza della protezione civile nazionale e di Giovanni Santo, generale di brigata in ausiliaria, dirigente regionale di supporto alla pianificazione e logistica della protezione civile.
«Chissà come mai la comunicazione non la riteniamo una disciplina – ha sottolineato Luca Calzolari – un conto è l’intervista che viene fatta in una situazione di emergenza, ma bisogna comunque preparare prima l’adeguatezza, svolgere un’analisi di rischio di comunicazione anche se può capitare che il giornalista ha portato a dire cose che era meglio non dire. E di questi errori li vediamo continuamente ma il sistema deve imparare correggerlo. Può scappare un messaggio social o un’intervista sbagliata da parte di un sindaco o di un operatore, il problema è poi recuperare, lavorando in tempo di pace. Una delle grandi regole della comunicazione è che se la non la gestisci, la subisci, non ci sono tante vie di mezzo. Dobbiamo sempre tenere conto nella nostra pianificazione il presidio della comunicazione, pur avendo il problema che dobbiamo essere rapidi ma non immediati, perché dobbiamo fare le verifiche e dare, nel minor tempo possibile, un’informazione certa, perché se siamo noi che diramiamo una comunicazione non esatta o non coerente rischiamo un bel po’».
«A livello nazionale la direttiva uscita nel 2021 inserisce il tema dell’organizzazione della comunicazione come elemento di pianificazione in ordinario – ha aggiunto Gabriella Casertano – a partire dal livello di pianificazione comunale, fino a quello regionale e nazionale. Negli ultimi tempi la comunicazione è diventato un elemento fondamentale che viene preso in considerazione anche per casi molto, diciamo, specifici, come è successo durante gli eventi sismici dei Campi Flegrei. A livello di norma di legge dello Stato, col DL 140 sono state individuate una serie di azioni delle varie componenti del sistema di protezione civile, siano esse regionali, comunali o di dipartimento e all’interno di questo il piano di comunicazione era uno degli elementi richiesti alla regione. Si è percepito come fondamentale che la comunicazione definisse i suoi contenuti in funzione del target a cui questa erogata, così da aumentare la consapevolezza sul rischio di quel territorio che è un molto particolare, garantendo una risposta all’emergenza che faccia convivere la popolazione con questo rischio. Noi eravamo sul territorio dei Campi Flegrei nelle scorse settimane per raccontare la gestione del rischio, un percorso minato perché abbiamo fatto incontri con la popolazione e sentivo emergere che servirebbero dei professionisti della comunicazione, perché molto spesso viene data un’informazione troppo tecnica oppure si crea un’aspettativa nella popolazione che ha la conseguenza che tutto questo sapere scientifico li tenga in qualche modo esonerati dall’assumersi la consapevolezza ed una responsabilità di azione e di risposta in emergenza».

«Il problema della comunicazione e della consapevolezza è un’azione continua – ha continuato la responsabile del servizio telecomunicazioni di emergenza della protezione civile nazionale – l’esercitazione di questa settimana in Valle d’Aosta e di tutte le esercitazioni che noi vediamo spesso sul territorio sono un elemento fondamentale anche perché a livello giudiziario noi non veniamo giudicati nella nostra gestione dell’emergenza, ma nella mancata preparazione. Se io dico che il sindaco è autorità di protezione civile, io ritengo logico che lui debba sviluppare il suo piano di protezione civile tenendo conto non solo della conoscenza specifica del suo territorio, ma della sostenibilità della sua risposta. Andando a leggere ex post dei piani, ci siamo resi conto che i comuni individuavano una perfetta gestione di una macchina mettendo in però campo risorse che non avevano. Sui Campi Flegrei, il primo tema che ci si è posti sulla comunicazione è stato l’allineamento dei siti, che è un tema che sembra quasi banale, però è stato fatto, a partire dai Comuni, dalla Regione per arrivare al sito del Dipartimento della protezione civile, così da aver tutti le stesse informazioni ed evitare quello spontaneismo che dà risalto ad un’attività che non fosse in un sistema condiviso. È stato svolta della formazione specifica verso i giornalisti, ma secondo me è stata poco stringente, nel senso che la platea dei giornalisti poi era solo quella del livello territoriale, mentre un tema come quello dei Campi Flegrei, come qualsiasi rischio, investe una forma di comunicazione che è nazionale. Poi tutte le notizie escono con l’immagine classica del Vesuvio, che sembra disegnata da un bambino perché l’informazione che si dà è sempre la più banale».
Pubblicato / aggiornato
il 10/06/2025 alle 20:39
Categoria:
Cronaca