Povertà economica, sanitaria, abitativa, educativa, energetica, lavorativa: il mosaico delle fragilità che attraversano la Valle d’Aosta, spesso nascosto dietro indicatori medi di benessere, è stato messo a fuoco nella serata di venerdì 27 febbraio 2026, durante l’incontro Facciamo luce. La povertà in Valle d’Aosta promosso dal gruppo del Consiglio Valle di AVS – Rete Civica VdA.
Dai numeri al “ceto medio vulnerabile”
Dopo l’introduzione di Chiara Minelli, che ha ricordato come la Valle d’Aosta sia tra le regioni italiane con i migliori indicatori economici ma conti comunque «qualche migliaio» di persone e famiglie in condizioni di povertà o forte difficoltà, Massimo Zanetti, sociologo dell’Università della Valle d’Aosta, ha aperto i lavori con i dati. Il reddito disponibile medio delle famiglie valdostane è superiore alla media nazionale ma inferiore a quello delle regioni più ricche del Nord; il 7% dei contribuenti dichiara più di 55mila euro l’anno, mentre circa il 20% si colloca sotto i 10mila euro, pur con tutti i limiti dell’evasione nella fotografia fiscale.
Sulla povertà ufficiale, misurata da Istat, la Valle d’Aosta sta meglio del resto del Paese: la povertà relativa riguarda circa il 5% delle persone, contro il 15% della media nazionale e oltre il 10% del Nord Ovest, pari a 6.100 residenti e 2.500 famiglie circa. Ma Zanetti invita a concentrare lo sguardo sulla zona grigia: circa il 9,4% della popolazione è «in rischio povertà» e, soprattutto, un terzo delle famiglie dichiara un peggioramento della propria situazione economica, difficoltà a sostenere spese impreviste e impossibilità di risparmiare. È quel «ceto medio vulnerabile» che non rientra nei criteri delle misure di sostegno ma vive precarietà e frustrazione, spesso guardando con risentimento a chi è più povero ma ha accesso a sussidi: «non esiste più una linea rossa netta tra poveri e non poveri – ha osservato – e questa fascia, numerosa, alimenta tensioni sociali e una lettura politica distorta, perché guarda verso il basso invece che verso l’alto della distribuzione del reddito».

Anna Jacquemet, già presidente dell’Ordine regionale degli assistenti sociali, ha portato in sala la voce di chi incontra ogni giorno la povertà «in carne e ossa». Ai servizi arrivano persone che hanno già provato a cavarsela da sole e non ci sono riuscite: famiglie monoreddito con figli, lavoratori che fino a ieri sembravano autonomi, oggi scivolano sotto la soglia di resistenza per effetto di affitti, bollette, spese sanitarie non coperte.
Jacquemet ha insistito sulla natura multidimensionale della povertà: non solo mancanza di denaro ma malattia che interrompe il reddito, incidenti che colpiscono il capofamiglia, incapacità di reggere lo stress, isolamento relazionale. Cresce la tensione verso i servizi, alimentata dalla percezione che «si aiutano solo gli stranieri»: una narrazione che si incrocia con casi di aggressioni agli operatori in altre regioni e che i professionisti vivono sulla propria pelle. Per l’assistente sociale non bastano più «contributi puntiformi» come il bonus bebè, il sostegno una tantum, servono politiche strutturali su lavoro, casa, servizi per l’infanzia, con forte integrazione tra sociale, sanitario, abitativo e terzo settore.
Casa: la crisi invisibile che cambia il volto della regione
«La casa non è un privilegio, è il primo diritto da garantire»: così Salvatore Barillari, del sindacato inquilini Sunia-Cgil, ha aperto il quadro sulla povertà abitativa, definita «crisi strutturale» più che emergenza improvvisa. In Valle d’Aosta, ha spiegato, i canoni di locazione crescono più dei redditi, in particolare per dipendenti pubblici e privati, mentre il patrimonio si sposta sempre più verso affitti turistici e brevi, sottraendo alloggi al mercato residenziale stabile.
Il risultato è una vulnerabilità che non riguarda più solo le fasce deboli ma anche ceto medio, giovani coppie, lavoratori qualificati: «in numerosi casi la rinuncia a incarichi in sanità, scuola o Pubblica amministrazione non dipende dal salario ma dall’impossibilità di trovare casa a prezzi sostenibili» osserva Barillari. I dati citati sono eloquenti: la Valle d’Aosta è al primo posto in Italia per percentuale di alloggi non occupati, mentre nel 2025 la graduatoria dell’Arer per le case popolari contava 557 domande (512 accolte) e, nel 2024, almeno 2.535 richieste di sostegno all’affitto, di cui 1.374 accolte. A fronte di Isee massimi tra 7.500 e 12.500 euro, molti nuclei, superando di poco la soglia, restano esclusi pur avendo spese fisse importanti.
Per Barillari «le politiche abitative non possono essere residuali»: servono regolamentazione degli affitti brevi, incentivi per i canoni concordati, rilancio di edilizia pubblica e sociale, soluzioni di housing per i lavoratori dei servizi essenziali e recupero del patrimonio sfitto. La domanda finale è politica: «che tipo di Valle d’Aosta vogliamo? Una regione dove si viene solo per qualche giorno, o un luogo dove si può vivere, lavorare e crescere?».

Povertà alimentare: 2.500 persone aiutate, un terzo sono minori
Marinella Ciarlo, presidente del Banco Alimentare della Valle d’Aosta, ha ricordato che povertà alimentare non significa solo «non mangiare abbastanza», ma non potersi permettere una dieta adeguata, varia e sana. Una «dieta raccomandata» costa in media il 60% in più rispetto a una basata su cibi ultra-processati e ricchi di carboidrati, con il rischio di trasformare lo junk food nell’unica opzione accessibile per molte famiglie.
A livello nazionale, circa il 8,4% della popolazione ha difficoltà di accesso al cibo, con forte incidenza tra disoccupati, inabili e working poor, cioè persone che lavorano ma non escono dalla povertà. In Valle d’Aosta, il dato più allarmante per il Banco è che quasi il 30% degli assistiti ha meno di 15 anni: «la carenza di cibo in età di crescita compromette lo sviluppo e pesa sulle relazioni: dal non avere la merendina come gli altri alla vergogna di non poter partecipare alla vita sociale dei coetanei» ha sottolineato Ciarlo.
Nel 2025, il Banco ha aiutato circa 2.500 persone: 1.400 tramite associazioni (Caritas, San Vincenzo, Croce Rossa ed altre realtà caritative) e 1.200 direttamente, in raccordo con i servizi sociali; circa 1.700 beneficiano anche dei programmi europei di contrasto alla deprivazione materiale, mentre tutti ricevono prodotti frutto di donazioni e raccolte, dalla Colletta alimentare agli armadi solidali nei supermercati. Stranieri e italiani si dividono in modo quasi equo ma le richieste dei cittadini italiani sono in forte aumento. Per Ciarlo, la chiave è il lavoro di rete, con Emporio solidale, Fondazione comunitaria ed orti solidali, per garantire non solo quantità, ma qualità del paniere.
Lavoro che non basta: la povertà contrattuale
Gabriele Matterana (Filcams-Cgil) ha parlato di «povertà contrattuale»: lavoratori formalmente occupati, con contratti regolari ma con retribuzioni insufficienti a garantire un’esistenza dignitosa, in violazione sostanziale dell’articolo 36 della Costituzione. In Valle d’Aosta pesa la struttura del mercato del lavoro: piccole e medie imprese, turismo, commercio, servizi, edilizia, con ampia diffusione di contratti a termine, stagionali e part-time.
Anche il tempo indeterminato, nei settori a bassa paga e scarsa progressione, non mette al riparo: «il lavoro stabile rischia di diventare una permanenza nella fragilità economica» ha affermato. Dopo anni di inflazione a doppia cifra, i rinnovi contrattuali nazionali non hanno recuperato la perdita di potere d’acquisto; l’assenza di una vera restituzione del fiscal drag ha ulteriormente eroso i redditi reali. Così aumentano i working poor già citati da Marinella Ciarlo: donne monoreddito, addette ai multiservizi o alle mense scolastiche con poche ore al giorno, commesse del commercio con 18-24 ore settimanali, lavoratori stagionali del turismo che non riescono a trovare alloggio.
Matterana ha sottolineato che sempre più lavoratori si rivolgono a servizi sociali e caritativi pur avendo un impiego, con effetti sulla coesione sociale, sulla natalità e sulla permanenza dei giovani in Valle. Per contrastare la povertà contrattuale ha proposto di rafforzare i minimi salariali adeguandoli al costo della vita regionale, promuovendo la contrattazione di secondo livello, riducendo così la precarietà e la stagionalità, limitando l’esternalizzazione di servizi pubblici che frammenta le tutele.

Anna Paoletti, rettrice del Convitto regionale Federico Chabod ed ex reggente del Cria, ha portato lo sguardo sulla povertà educativa, definita da “Save the Children” una «emergenza silenziosa». Il Convitto è passato da 280 a 500 ragazzi ospitati dal 2010 a oggi, mentre il Centro per l’istruzione degli adulti ha visto crescere le iscrizioni di giovani che si sono allontanati dai percorsi scolastici ordinari, che cercano una seconda possibilità.
La povertà educativa, ha spiegato Paoletti, non è solo mancanza di titoli di studio ma privazione di competenze cognitive e non cognitive, motivazione, autostima, capacità di sognare, comunicare, cooperare, necessarie per vivere in una società complessa. Il contesto familiare e sociale fa la differenza: dove mancano mezzi economici, tempo di qualità, reti tra famiglie, opportunità culturali e sportive, i ragazzi accumulano svantaggi che si traducono in dispersione scolastica, demotivazione, difficoltà ad accedere all’università.
Paoletti ha parlato anche di altre povertà meno visibili: relazionale (ragazzi soli in un mondo iper-connesso ma poco dialogante), psicologica (emergenza di disturbi alimentari, autolesionismo, neurodivergenze), di senso (mancanza di orizzonti e modelli educativi condivisi). La risposta, per lei, passa da «un patto educativo territoriale»: fare rete tra scuola, convitti, servizi, associazioni, creare luoghi di incontro extrascolastici, rendere i giovani protagonisti e non solo «parcheggiati», sostenere le famiglie nel loro ruolo educativo.
Povertà sanitaria: quando le liste d’attesa negano diritti
Sergio Crotta, ex primario di gastroenterologia e presidente dell’associazione Diritto alla salute, ha definito la povertà sanitaria come la condizione in cui si rinuncia alle cure per motivi economici o per tempi di attesa eccessivi, con ritardi diagnostici che possono fare la differenza tra salute e malattia. In Italia, ogni cittadino spende di tasca propria circa 700 euro l’anno in sanità, per un totale di 41 miliardi di euro (farmaci, visite, esami), oltre a ticket e spese odontoiatriche quasi interamente private: un peso che colpisce soprattutto i meno abbienti.
In Valle d’Aosta, pur con indicatori sanitari complessivamente buoni, le disuguaglianze esistono: territori periferici meno serviti, difficoltà ad accedere al medico di famiglia per carenza di professionalità, liste d’attesa lunghe per visite ed esami specialistici che spingono chi può verso il privato e chi non può a rinunciare o a rivolgersi al Pronto soccorso. Crotta ha insistito sulla prevenzione (screening oncologici e vaccinazioni) come “salvavita” ed ha ricordato che, dove i programmi sono stati attuati con continuità, la mortalità per alcune patologie si è dimezzata.
Per ridurre la povertà sanitaria, l’associazione Diritto alla salute, creata nel 2024 e operativa dal 2025, offre visite specialistiche gratuite ai cittadini indigenti, con tempi di attesa di circa dieci giorni, e organizza incontri pubblici mensili su temi di salute e uso appropriato dei farmaci: «non possiamo accettare che una gastroscopia urgente sia prenotata a mesi di distanza – ha osservato, riportando l’esempio di una paziente per la quale la visita specialistica è stata fissata nel prossimo mese di dicembre – perché per alcuni pazienti questa differenza di tempo può valere una vita».

Povertà energetica: scegliere tra riscaldamento e cibo
Bruno Albertinelli, segretario regionale di Federconsumatori, ha ricostruito le radici della povertà energetica, fenomeno che incrocia redditi bassi, case inefficienti e costi elevati di luce e gas. In Italia circa 2,36 milioni di famiglie faticano a pagare le bollette, più di un milione ha rinunciato a scaldarsi adeguatamente e 4,7 milioni di persone sperimentano una spesa energetica ad alta incidenza sul reddito.
La Valle d’Aosta, secondo l’Osservatorio italiano sulla povertà energetica, registra circa 10.000 residenti in condizioni di povertà energetica, pari al 6,8% delle famiglie, con almeno il 10% della popolazione a rischio povertà o esclusione sociale in cui le bollette sono una voce decisiva. Nel 2023-24, oltre 3.900 nuclei hanno beneficiato del bonus elettricità e 1.312 del bonus gas; eppure, circa la metà delle famiglie in povertà energetica non accede alle agevolazioni, per complessità delle procedure o per soglie Isee troppo basse.
Albertinelli ha criticato la riduzione dal 2024 delle soglie Isee per il bonus (da 15.000 a 9.530 euro, con un’eccezione solo per le famiglie con almeno quattro figli) e il taglio del contributo straordinario sulle bollette elettriche, che lascia fuori molte famiglie vulnerabili. Ha proposto di alzare le soglie, come ha fatto di recente la Lombardia, di rafforzare l’informazione ai cittadini (sportelli energia, consulenze su bollette e efficienza) e di avviare una mappatura delle classi energetiche degli edifici, a partire dal patrimonio pubblico.
Lo sguardo della Caritas: disuguaglianze e “povertà di speranza”
In chiusura, Andrea Gatto, direttore della Caritas diocesana di Aosta, ha riportato al centro le persone: nell’ultimo anno oltre 200 sono state accolte nel dormitorio, sono stati serviti più di 22mila pasti in mensa (circa 60-65 al giorno) e circa 800 famiglie sono state sostenute nel pagamento di bollette, affitti, farmaci, spese scolastiche. Dati che, per Caritas, si intrecciano soprattutto con due povertà: quella abitativa e quella lavorativa.
Una trasformazione ha colpito Gatto: «fino a qualche anno fa incontravamo soprattutto disoccupati; oggi il 40% delle persone che si rivolgono a noi ha un lavoro a tempo pieno». Ci sono anche ospiti del dormitorio che, la mattina, vanno a lavorare: segno di un cortocircuito tra salari, costo della vita e mercato della casa, già illustrato dagli altri relatori.
Riflettendo sulle analisi di Caritas Italiana, Andrea Gatto ha proposto di spostare il fuoco dalla sola povertà alle diseguaglianze: non solo mancanza di reddito, ma divari crescenti che «inceppano l’ascensore sociale» e producono «povertà ereditaria», con oltre il 70% di probabilità che chi nasce povero resti tale. Ne deriva una «povertà di speranza» che riguarda soprattutto i giovani: la sensazione che non valga la pena impegnarsi, perché il proprio destino è già scritto. «Le lanterne che abbiamo acceso stasera – ha concluso – dovrebbero diventare segni concreti di speranza, per non sprecare talenti e vite che sono un patrimonio di tutta la comunità».
A chiudere la serata è stato il consigliere regionale Eugenio Torrione, che ha annunciato una pubblicazione degli interventi e ha rilanciato la necessità di una scelta collettiva: riconoscere la complessità della povertà, andare oltre la sola dimensione del reddito e decidere, politicamente e come comunità, «da che parte stare» rispetto a casa, lavoro, servizi e diritti.
