Restaurato l’atrio del Palazzo vescovile di Aosta
Giovedì 3 settembre 2026 sono stati presentati i lavori di restauro e risanamento conservativo dell’atrio del Palazzo vescovile, oggetto di un importante intervento di riqualificazione.
I lavori hanno interessato la decorazione neoclassica realizzata circa 260 anni fa dagli artisti ticinesi Michele e Alberto Albertolli, su commissione di Paolo Giuseppe Solaro di Villanova Solaro, vescovo di Aosta dal 1784 al 1804.
L’incontro è stato aperto dai saluti di Franco Lovignana, vescovo della Diocesi di Aosta, che ha ricordato come il 18 dicembre 2011, giorno della sua investitura, gli elementi di degrado del vestibolo fossero evidenti. Da allora ha coltivato il desiderio di restituire dignità a quello che ha definito «un piccolo scrigno». «Ho vissuto questo lavoro, abbastanza faticoso, come un modo per rendere onore al cardinale Solaro e al suo predecessore, Pierre-François de Sales, che aveva già realizzato la palazzina che ora ospita gli uffici della Curia». Ha precisato che i lavori sono stati finanziati dalla Diocesi e dai contributi della Regione autonoma Valle d’Aosta (146mila euro), della Fondazione CRT (32mila euro) e dall’8 per mille della Conferenza episcopale italiana (utilizzati per il rifacimento del pavimento).
Erik Lavevaz, assessore all’Istruzione, cultura e politiche identitarie della Regione autonoma Valle d’Aosta, ha ricordato che la Diocesi è l’istituzione più antica della regione e ha avuto un ruolo anche transfrontaliero.
Roberta Bordon, direttore dell’Ufficio diocesano beni culturali, ha rievocato la storia del Palazzo. «L’atrio e lo scalone monumentale sono i luoghi che si incontrano non appena si accede al Palazzo – ha detto – e che permettono di accedere al Salone di rappresentanza. L’atrio è raffinato e si pone in contrasto con la facciata sobria e severa che ospita il grande portale in pietra. La sorpresa sarebbe stata attenuata se monsignor Solaro avesse dato seguito ai progetti precedentemente presentati. Nell’archivio diocesano sono conservati due disegni (realizzati intorno al 1780) che prevedevano una facciata molto più decorata. L’architetto Pietro Antonio Mosso (di Moncalieri) avrebbe voluto arricchire anche il pontile di collegamento con la Cattedrale. Le informazioni sulla storia del Palazzo sono poche e si è costretti a desumere le notizie da documenti di natura diversa.
La struttura è complessa perché è stata progressivamente ampliata creando corpi di fabbrica con altezze e dimensioni diverse. La parte più antica è il corpo centrale, mentre l’ala di ponente e quella di levante sono frutto di ampliamenti successivi. Le prime notizie risalgono al XIII secolo, da atti che riguardano la cappella di San Clemente, che sorgeva dietro l’abside della Cattedrale.
Nel 1340 sappiamo che fu fondata una cappellania che trova la sua sede nella cappella ubicata all’interno del Palazzo. Non era posizionata dove si trova l’attuale, ma probabilmente più a sud e, forse, il campaniletto a vela che ancora oggi emerge dal tetto è testimonianza della sua localizzazione.
Nel 1337 Aimone di Savoia tenne udienze generali all’interno del Palazzo vescovile e, ogni volta che i Savoia venivano in Valle d’Aosta, erano ospitati qui. Nel 1409 Amedeo VIII pubblicò gli Statuti dalla galleria posteriore del Palazzo, galleria poi citata in numerosi atti notarili per essere stati redatti al suo interno.
Nel XV secolo, con Auget Moriset, il Palazzo assunse una veste grandiosa, completando l’opera nel 1427, per la visita pastorale del vescovo di Tarantaise. Il paramento murario ritrovato nel 2018 risale a quel periodo. Al vescovo Moriset si deve la realizzazione del pontile, inizialmente a due fornici (uno pedonale e uno carrabile).
Nel XVI secolo, con il vescovo Amedeo Berruti di Moncalieri, il Palazzo fu assaltato da malfattori che portarono via mobili, lenzuola, tappezzerie, vasi preziosi e argenti. Dopo Berruti fu vescovo Pietro Gazzino che, il 10 giugno 1546, ospitò il luogotenente generale dell’imperatore Carlo V, Federico Gonzaga, con un seguito di 500 cavalieri.
Marcantonio Bobba fu presto nominato cardinale e affittò il Palazzo a un nobile di Biella, riservandosi l’utilizzo di sole due stanze. Sotto monsignor Ferragata il Palazzo fu bruciato e, con lui, gli archivi.
Il vescovo Cesare Gromis ci ha lasciato l’inventario dei mobili contenuti nel Palazzo, citando la cappella, una sala grande e una piccola camera dipinta che conservava quadri fiamminghi e tappezzerie di Bergamo.
I vescovi Martini e Vercellino ci hanno lasciato descrizioni di altre stanze: le due camere del vescovo e lo studio. Compare anche una sala del pozzo. Si segnalano anche la biblioteca e un oratorio a uso esclusivo del vescovo.
Nel 1659, al suo arrivo, il vescovo Bailly giudicò il Palazzo inabitabile. Completò i lavori di ristrutturazione in un anno con un intervento importante. Fece abbattere l’edificio detto Tribunal e costruire una scala monumentale, ampliando anche la sala al primo piano e facendo affrescare il ritratto dei vescovi.
Nel Settecento vi furono piccoli interventi di abbellimento.
Nel 1740 il Palazzo era di nuovo inadeguato alla dignità vescovile (lo dice De Tillier) e Pierre-François de Sales, nel 1741, decise di intervenire in maniera decisiva, cercando di riorganizzare il nucleo centrale, ampliando l’area di ponente e avviando la costruzione dell’area est nel 1760.
Dopo di lui, monsignor Solaro intervenne sull’atrio, sul Salone, regolarizzando le finestre. Alla fine del 1790 realizzò una galleria a ponente per chiudere il Vescovado da quel lato (per definire bene i confini con la proprietà confinante). Dopo di lui, il vescovo Jourdain fece rifare il pontile come lo vediamo adesso e sistemare gli affreschi della cappella».
Mauro Cortellazzo, archeologo, si è dedicato al periodo precedente alla costruzione del Palazzo. Ha precisato che l’indagine archeologica ha abbassato la quota dell’atrio e verificato la zona dove è stato realizzato l’ascensore. «È stata trovata traccia del limite di un’insula romana, che ha permesso di determinare la dimensione esatta del decumano minore che conduceva alla platea forense. Era una strada di notevole percorrenza. È stato anche ritrovato il muro dell’aula vescovile del IV-V secolo. Infine vi è il muro della Cappella di San Clemente del XII secolo. I lavori nell’atrio hanno permesso di trovare tracce murarie dell’edificio del XVII secolo, che sono state risparmiate e lasciate in sito.
Nell’ambiente dove è stato realizzato l’ascensore, le murature conservavano tracce del pavimento e dell’intonaco. Si trattava di un ambiente chiuso e completamente riempito di terra, ma ci ha permesso di individuare muri del 1600. Questo ambiente ha anche restituito una piccola finestra che conservava l’inferriata ed era stata chiusa sul corridoio da un muro in mattoni forati. È stato ipotizzato che questo vano voltato dovesse essere una sorta di sottoscala. Si sperava di trovare in questo vano rifiuti e scarti e, in particolare, un servizio di piatti con lo stemma vescovile. Non si è purtroppo trovato nulla».
Diana Costantini, architetto e restauratore, è intervenuta sulle fasi del restauro, avviato nel 2011: «Nel 1785, il vescovo Solaro diede incarico all’architetto Albertolli per progettare l’atrio e lo scalone, con influssi dall’area lombarda. La progettazione è seguita al rilievo. Nel 2012 sono state svolte le indagini stratigrafiche. Il restauro è stato condotto fra il 2023 e il 2024, con gli interventi conclusivi fra il 2025 e il 2026. Un lungo arresto è stato dovuto alla decisione su come intervenire sulla pavimentazione, che permetteva il passaggio di umidità che risaliva nei muri (e aveva generato danni evidenti). È stato realizzato un vespaio aerato a igloo che ha permesso di risolvere la criticità. Sotto le ripetute ritinteggiature sono emerse decorazioni molto raffinate, che sono state restaurate. È stata ritrovata un’estesa pittura rossa a base di minio nelle parti basse, probabilmente utilizzata nella seconda metà del Novecento per contrastare l’umidità. È emerso che gli stucchi sono stati realizzati in opera con una prima malta più grossolana e una seconda, più fine, di rifinitura. Per la pavimentazione è stato utilizzato marmo bardiglio di provenienza toscana, perché le cave valdostane sono chiuse. Una cornice ottagonale ha ripreso il disegno esistente sulla volta. Nel 2022 sono stati decisi i rapporti cromatici da utilizzare: era infatti emerso un colore verde sotto il grigio che lo copriva. È stata effettuata una nuova intonacatura traspirante a copertura della parte ammalorata. Sono state ricostruite le cornici in rilievo e lo zoccolo. Si è quindi passati al registro superiore delle pareti e alla volta, dove è emerso un documento di restauro del 1946. La sorpresa maggiore è stata però un manoscritto, purtroppo largamente illeggibile salvo la firma di Albertolli e la data 1788. Le decorazioni in pietra di Viggiù dello scalone, che erano state più volte ridipinte, sono state portate in luce, dando evidenza agli elementi lapidei. L’atrio è stato valorizzato sostituendo la porta dell’archivio notarile con un’inferriata. Le porte lignee sono state valorizzate facendo riemergere la bicromia originale.
Quando gli interventi erano quasi ultimati, nell’ottobre 2024, dopo alcuni giorni di pioggia consistente, sono apparse macchie lungo le pareti appena restaurate. È presumibile che l’umidità sia collegata alla rete dei canali irrigui: le derivazioni dei rus attraversavano e attraversano ancora oggi la città, in parte affiorando in superficie e in parte in maniera sotterranea. Una derivazione passa accanto all’abside della Cattedrale e al Palazzo vescovile. Non si conosce esattamente il tracciato di queste derivazioni né il loro stato di conservazione, ed è presumibile vi siano perdite. Il problema potrebbe anche essere collegato alla regimentazione delle acque meteoriche dei cortili interni. Nel novembre 2024 sono state effettuate misurazioni dell’umidità (valore massimo del 5,8%). È stato installato un sistema elettrofisico per l’inversione della polarità nelle murature, che dovrebbe essere in grado di ridurre la risalita capillare dell’acqua».
Laura Pizzi, storico dell’arte e restauratrice, ha parlato di Michele e Alberto Albertolli, dell’edificazione e della decorazione: «Francesco Saverio Albertolli, padre di Michele e Alberto, lavorò sul Palazzo con il vescovo De Sales, realizzando un tabernacolo e l’altare maggiore della Cattedrale. Sono maestranze dei laghi lombardi (più precisamente delle terre ticinesi), che hanno prestato servizio in molti Paesi europei, ad aver realizzato l’intervento: si trattava infatti di maestranze itineranti. L’influenza dell’architetto Piermarini è infatti evidente. Suo collaboratore era Giocondo Albertolli, fratello minore di Michele.
Queste maestranze avevano modalità operative particolari, ed è quindi sempre importante prendere in considerazione il tessuto dei rapporti professionali e personali che stabilivano, perché riuscivano – organizzandosi esclusivamente tra conterranei – ad aggiudicarsi anche gare d’appalto molto importanti, garantendo la consegna del lavoro ultimato in tutti i suoi dettagli.
Non furono però apprezzate dai valdostani: c’è una lettera indirizzata al vescovo Solaro nel 1787, in cui alcuni parrocchiani lamentano che queste maestranze, che risiedevano principalmente nel borgo e non erano francofone, avevano chiesto al parroco di San Lorenzo di dire la messa, e soprattutto la predica, in italiano, impartendo anche il catechismo ai bambini in italiano.
Ma poiché queste maestranze, come dice proprio il parroco nella lettera indirizzata al vescovo, non allevavano alcun valdostano nella loro arte, cioè non insegnavano il mestiere a nessuno, erano quindi molto invise, e si era contrari a questo atteggiamento di accoglienza nei loro confronti. Ovviamente il parroco, quando si rivolge al vescovo, ottiene una risposta positiva, quindi anche queste maestranze possono e devono ricevere l’assistenza spirituale richiesta.
I lavori dell’atrio furono completati nel 1790».



La musica del video è realizzata con Intelligenza artificiale.
Pubblicato / aggiornato
il 04/09/2026 alle 08:44
Categoria:
Cultura / Video