Il regionalismo di ispirazione cattolica nel Novecento in Valle d’Aosta e in Italia
Il convegno svolto ad Aosta il 5 settembre 2026 ha esaminato la costruzione dell’autonomia valdostana attraverso il regionalismo di ispirazione cattolica. Gli interventi hanno analizzato il pensiero di Luigi Sturzo, il ruolo dei cattolici nella Costituente e il contributo di sacerdoti e intellettuali valdostani alla difesa dell’identità, delle libertà locali e del decentramento.
La sessione pomeridiana ha approfondito le basi giuridiche dell’autonomia, il rapporto tra regionalismo ordinario e speciale e il principio di sussidiarietà. È emerso che l’autonomia, secondo la cultura cattolica, deve coniugare autogoverno, solidarietà, bene comune ed eguaglianza sostanziale. L’iniziativa è stata organizzata dal Consiglio Valle, dall’Università della Valle d’Aosta e dall’Istituto Luigi Sturzo.
Ripercorrere la costruzione dell’autonomia valdostana attraverso la lente del regionalismo cattolico. È stato questo l’obiettivo del convegno Il regionalismo di ispirazione cattolica nel Novecento in Valle d’Aosta e in Italia, che si è svolto sabato 5 settembre 2026 ad Aosta, in occasione dell’anniversario della promulgazione dei decreti luogotenenziali del 7 settembre 1945, che posero le basi dell’autonomia della regione.
I saluti istituzionali
I lavori sono stati aperti dai saluti del presidente del Consiglio, Stefano Aggravi, Nel suo intervento, ha spiegato che l’iniziativa è nata dalla convinzione che la storia dell’autonomia valdostana non possa essere ricondotta a una sola radice, a una sola cultura politica o a una lettura univoca delle vicende che hanno condotto alla sua costruzione. «La nostra Autonomia è piuttosto il risultato dell’incontro di sensibilità, pensieri ed esperienze differenti. Proprio questa pluralità delle sue radici ne costituisce, forse, una fra le maggiori ricchezze», ha affermato, sottolineando come tra queste la matrice di ispirazione cattolica occupi un posto fondamentale, non soltanto per il contributo dato dal pensiero cattolico al regionalismo italiano del Novecento ma per la specificità della vicenda valdostana, in cui sacerdoti, canonici e uomini formatisi nel mondo cattolico furono protagonisti della difesa dell’identità, della langue française, delle libertà locali e della cultura alpestre che precede le istituzioni dell’autonomia.
Aggravi ha citato le parole pronunciate dal canonico Joseph Bréan durante il suo esilio in Svizzera, a Huttwil, negli anni più drammatici della storia valdostana: «Il faut réagir contre tout totalitarisme, contre tout étatisme. Il faut provoquer la reviviscence du régionalisme. Il faut provoquer le réveil de l’autonomisme, engourdi sous les coups de massue que le totalitarisme lui a infligés». Parole che, secondo il presidente del Consiglio Valle, conservano ancora oggi tutta la loro forza, e che rimandano alla critica di Bréan verso ogni regime centralizzatore, costruito in funzione di un «homme abstrait» che, in realtà, non esiste: esiste invece la persona concreta, inserita nella propria comunità, nella propria storia e nella propria cultura. È proprio in questo, ha osservato Aggravi, che si può cogliere uno fra i punti d’incontro più profondi tra pensiero cattolico e autonomismo valdostano: l’idea che le istituzioni debbano riconoscere le comunità reali, senza pretendere di ricondurle a un modello uniforme. «L’Autonomia non è soltanto una particolare distribuzione di competenze legislative e amministrative. È anche, e soprattutto, un modo di concepire il rapporto tra la persona, la comunità e lo Stato», ha aggiunto, ricordando come conquistare l’autonomia non sia stato sufficiente: è stato necessario costruirla, traducendo nel tempo principi e aspirazioni in istituzioni, competenze e capacità concreta di autogoverno.
Teresa Grange, delegata rettorale alla cooperazione europea e alle relazioni internazionali e titolare della Chaire Senghor de la francophonie è intervenuta in sostituzione del rettore Manuela Ceretta, assente per motivi familiari.
Nel suo saluto, Grange ha portato ai presenti il messaggio di Ceretta. Ha osservato come il tema del convegno trovi una particolare risonanza con le questioni di diversità culturale e linguistica, di identità multiple e di dialogo tra appartenenze diverse che si riconoscono in uno stesso spazio, sottolineando come la vicinanza con la ricorrenza della promulgazione dei decreti luogotenenziali 545 e 546 del 7 settembre 1945 conferisca all’appuntamento un significato particolare: tornare oggi a quelle radici significa interrogare la storia non soltanto per ricordarla, ma per comprendere meglio le istituzioni in cui si vive e per illuminare il cammino futuro.
La mattinata: la lezione di Don Sturzo e le origini del regionalismo valdostano
I lavori della mattinata, introdotti da Nicola Antonetti, presidente dell’Istituto Luigi Sturzo, hanno proposto una lettura storica del pensiero politico di don Luigi Sturzo, fondatore del Partito popolare italiano, e del suo contributo alle origini dell’autonomia valdostana.
Il primo intervento, a cura di Paolo Gheda (docenbre dell’Università della Valle d’Aosta), dal titolo Il decentramento e l’autonomia nell’azione politica di Sturzo, ha ricostruito il ruolo del decentramento e delle autonomie nel pensiero e nell’azione politica di Sturzo, contestualizzandolo nel cattolicesimo sociale siciliano di fine Ottocento fino alla maturazione di una proposta regionalista compiuta. Accanto alla lunga stagione amministrativa di Caltagirone – Sturzo ne fu prosindaco dal 1905 al 1920 – e all’impegno nell’Associazione nazionale dei Comuni italiani, di cui fu vicepresidente dal 1912, Gheda ha proposto di indagare una fonte ispiratrice meno esplorata dell’autonomismo sturziano, individuabile nella formazione sacerdotale e nell’esperienza dell’articolazione della Chiesa e del movimento cattolico a livello territoriale in parrocchie, diocesi, comitati regionali e reti associative. Le prime formulazioni autonomistiche di Sturzo – dalla dichiarazione del 1901 di essere «unitario, ma federalista impenitente» al Programma municipale presentato nel 1902 al convegno dei consiglieri comunali cattolici siciliani – precedettero infatti l’avvio dell’esperienza di prosindaco e maturarono mentre Sturzo operava entro strutture in cui unità e coordinamento convivevano con una pluralità di corpi e responsabilità locali; anche la crisi dell’Opera dei Congressi, sciolta nel 1904, gli offrì una verifica, per certi versi problematica, del rapporto tra direzione centrale e autonomia degli organismi periferici. L’ipotesi storiografica illustrata da Gheda non è quella di un semplice trasferimento del modello ecclesiastico all’ordinamento civile bensì quella della formazione, in Sturzo, di una coscienza autonomista, o quantomeno “decentrante”, riconducibile a una più generale “grammatica dell’autonomia”, fondata sul riconoscimento dei corpi sociali e territoriali e sulla ricerca di un equilibrio fra unità, pluralismo e autogoverno: una prospettiva poi confluita nel regionalismo sturziano e, più ampiamente, nella cultura politica della sussidiarietà, fino al dibattito costituente e alle stagioni dell’autonomia regionale nell’Italia repubblicana.
È seguito l’intervento di Massimo De Giuseppe (docente dell’Università Iulm di Milano), dal titolo I cattolici nel dibattito della Costituente e la ‘casa comune‘, incentrato sul ruolo svolto dai cattolici nella stagione ricostruttiva seguita alla seconda Guerra mondiale, con particolare attenzione all’idea che andò sviluppandosi, nel dibattito plurale della stagione costituente, sul ruolo dello Stato, sulle sue prerogative e sul suo rapporto con il regionalismo, con le autonomie locali e con quelli che allora si definivano “i corpi della nazione”. De Giuseppe si è soffermato in particolare sull’impegno dei cattolici entrati a far parte dell’Assemblea costituente dopo il voto del 2 giugno 1946 e, nello specifico, sulla Commissione dei 75 incaricata di redigere la prima parte della nuova Carta costituzionale, dedicando ampio spazio – sulla base di documenti editi e inediti conservati nell’archivio della Fondazione Giorgio La Pira di Firenze – al contributo di Giorgio La Pira al processo costituente. Originario di Pozzallo, professore di Diritto romano all’Università di Firenze, protagonista del rinnovamento del cattolicesimo sociale, membro della Costituente ed esponente del gruppo di “Cronache sociali”, La Pira sarebbe poi divenuto sottosegretario al Lavoro nel governo Fanfani, sindaco di Firenze quasi ininterrottamente tra il 1951 e il 1965 e infine presidente della Federazione mondiale delle città gemellate dal 1967 al 1974. De Giuseppe ha ricostruito come il politico siciliano, noto a livello internazionale per il suo impegno per la pace, la libertà religiosa e la giustizia sociale, abbia dedicato buona parte dei suoi sforzi al rapporto tra enti locali, autonomie, strutture statuali e organismi multilaterali, dai volumi programmatici La nostra vocazione sociale e Le premesse della politica, scritti in ottica ricostruttiva al termine della guerra, fino ai testi raccolti nell’antologia postuma La casa comune. Una costituzione per l’uomo, curata da Ugo De Siervo.
Alessandro Celi (Fondation Émile Chanoux) ha proposto una relazione dal titolo Le radici cristiane dell’autonomismo valdostano dalla Grande Guerra alla Jeune Vallée d’Aoste, nella quale ha ricostruito come l’elaborazione del pensiero autonomistico valdostano sia dovuta alla riflessione sviluppata da intellettuali e uomini politici cattolici nel primo trentennio del Novecento, in particolare tra il 1915 e il 1925. Celi ha descritto i contributi portati da Jean-Joconde Stevenin, Anselme Réan, Joseph-Marie Alliod, Emile Chanoux e Joseph-Marie Trèves, analizzando l’influenza della Grande Guerra sullo sviluppo delle loro riflessioni e illustrando i motivi che impedirono a esponenti di altri orientamenti ideologici di contribuire alla formulazione compiuta delle teorie politiche che hanno caratterizzato, e continuano a caratterizzare, la Valle d’Aosta.
Ha concluso la sessione mattutina Andrea Desandré (Istituto storico della Resistenza e della Società contemporanea in Valle d’Asta), con una relazione dal titolo Riflessi del regionalismo sturziano nella Valle d’Aosta postbellica. Muovendo dall’analisi del dopoguerra valdostano proposta dallo stesso don Sturzo negli anni Cinquanta, Desandré è risalito alle premesse metapolitiche di una filosofia regionalista che nella Regione vede, oltre all’organo di un sistema unitario decentrato, lo strumento attuativo di quella che lo stesso Sturzo definiva “legge di trascendenza dei nuclei sociali”: una concezione politico-amministrativa di ispirazione religiosa fatta propria, in particolare, dal canonico di Sant’Orso Jean-Joconde Stevenin il quale, all’indomani della Liberazione, cercò invano di tradurla in un progetto istituzionale. Desandré ha spiegato come, pur avendo infine prevalso l’impostazione autonomista laico-liberale, il “Don Sturzo della Valle”, forte dell’appoggio romano del sacerdote siciliano, sia comunque riuscito a condizionare, e in parte a eterodirigere, la politica regionale, mostrando da un lato lo scarto tra principi ideologici e realpolitik, dall’altro le contraddizioni insite nelle strategie di mediazione con il potere centrale attivate in chiave anticentralista.
Il pomeriggio: la prospettiva giuridica e il modello di Stato regionale
Nel pomeriggio, il tema è stato affrontato da una prospettiva giuridica, con un approfondimento sul contesto nazionale in cui si è affermata l’autonomia valdostana e sulla proposta cattolica di Stato regionale legata al principio di sussidiarietà. I lavori sono stati introdotti da Anna Maria Poggi (dell’Università di Torino).
Roberto Louvin (docente all’Università di Trieste) ha presentato una relazione dal titolo Dal regionalismo alla Regione nella turbolenza del Novecento valdostano, interrogandosi su come si sia fatta strada, dopo un secolo e mezzo di inesistenza istituzionale autonoma, l’idea che la Valle d’Aosta potesse diventare una “regione autonoma” all’interno di uno Stato che, fin dalla sua nascita, aveva affermato una vocazione marcatamente centralistica di ispirazione francese. Louvin ha cercato di individuare i riferimenti politico-culturali prevalenti nella progressiva definizione del modello che la Valle d’Aosta riuscì ad affermare nel 1945, guardando ai precedenti delle entità intermedie sub-statali in alcuni sistemi costituzionali europei, federali (la Repubblica di Weimar e la Svizzera) e regionali (la Repubblica spagnola del 1931), e ai deboli tentativi di garantire una tutela delle minoranze nazionali – sudtirolesi e sloveni – nell’ordinamento interno italiano. Nella sua relazione sono stati messi in luce alcuni aspetti significativi delle proposte di maggior spessore giuridico che si ispirarono al pensiero cristiano, in particolare la Dichiarazione dei Rappresentanti delle popolazioni alpine di Chivasso del 1943 e il Projet d’autonomie administrative pour la Région valdôtaine di monsignor Joconde Stévenin.
Marco Olivetti (dell’Università Lumsa di Roma) ha svolto una relazione dal titolo La Regione fra le istanze della specialità e il modello di Stato regionale, ripercorrendo sinteticamente tempi e modi del contributo del cattolicesimo italiano alla nascita delle Regioni, con particolare attenzione alla scansione temporale in cui questo contributo si articolò nel quadro delle tappe che segnarono l’istituzione delle Regioni nel secondo dopoguerra; alle diverse prospettive culturali e costituzionali con cui il cattolicesimo italiano guardava alla Regione; all’intreccio tra le origini del regionalismo ordinario e di quello speciale, che seguirono percorsi in buona misura diversi – sempre con un contributo decisivo del cattolicesimo politico,ma con un differente grado di radicamento nella realtà politica dei territori, per cui il regionalismo speciale fu molto meno di quello ordinario un progetto perseguito con logica top-down a livello nazionale, risultando anche espressione di domande locali di cui si fecero portatrici diverse correnti politiche; e infine alla dialettica fra progettazione costituzionale ed empirismo nelle soluzioni adottate, che ha attraversato l’azione dei democratici cristiani nella costruzione del regionalismo.
Antonio Mastropaolo (docente all’Università della Valle d’Aosta) ha chiuso il ciclo di relazioni con un intervento dal titolo L’autonomia e i suoi ancoraggi. La sussidiarietà dalla dottrina sociale e dal popolarismo all’autonomia differenziata, nel quale ha ricostruito il contributo della cultura cattolica alla concezione costituzionale dell’autonomia, dal popolarismo di Sturzo e dalla dottrina sociale al personalismo e alla Costituente. Secondo Mastropaolo, tale cultura non si limitò a sostenere il decentramento, ma collegò l’autonomia alla solidarietà, al bene comune e all’eguaglianza sostanziale: la sussidiarietà impone infatti all’autorità superiore sia di non assorbire le comunità capaci di agire, sia di sostenerle quando manchino delle condizioni necessarie per esercitare effettivamente le proprie responsabilità. Questo “ancoraggio solidaristico”, riconducibile al sistema degli articoli 2, 3 e 5 della Costituzione, offre secondo il relatore un criterio per valutare l’autonomia differenziata: la differenziazione è coerente con il progetto repubblicano soltanto se accresce le capacità dei territori senza consolidare le diseguaglianze di cittadinanza.
I relatori
Paolo Gheda è professore associato di Storia contemporanea presso l’Università della Valle d’Aosta, presidente della sezione valdostana della Società Italiana di Intelligence e direttore della collana “Cahiers d’histoire, politique, économie/Quaderni di storia, politica ed economia” della Fondazione Emile Chanoux di Aosta.
Alessandro Celi, dottore in storia contemporanea, ha assunto nel 2020 la presidenza del comitato scientifico della Fondazione Chanoux dopo averla presieduta per un decennio, presiede dal 2013 il Comité des Traditions Valdôtaines e siede dal 2010 nel consiglio direttivo dell’Académie Saint-Anselme.
Andrea Desandré è ricercatore all’Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in Valle d’Aosta e autore di numerose opere sulla storia valdostana.
Massimo De Giuseppe è professore ordinario di Storia contemporanea e preside della Facoltà di Arti, moda e turismo dell’Università Iulm, dove dirige il Centro di ricerca Cultura e scienza della sostenibilità.
Roberto Louvin è professore associato di Diritto pubblico comparato dell’Università di Trieste e docente a contratto dell’Università della Valle d’Aosta.
Marco Olivetti, professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università Lumsa di Roma, è stato membro della Commissione per le riforme costituzionali nominata nel 2013 dal governo Letta e, dal 2014 al 2018, della Commissione per l’attuazione dello Statuto speciale della Valle d’Aosta.
Antonio Mastropaolo è professore associato di Diritto pubblico dell’Università della Valle d’Aosta.
L’iniziativa è stata organizzata dal Consiglio Valle, dall’Università della Valle d’Aosta e dall’Istituto Luigi Sturzo, in collaborazione con l’Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in Valle d’Aosta e la rivista Le Regioni, nell’ambito delle iniziative promosse dal Comitato dell’80° anniversario della Resistenza, della Liberazione e dell’Autonomia.
Pubblicato / aggiornato
il 05/09/2026 alle 19:21
Categoria:
Cultura / Video