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Rifondazione comunista risponde a ReteD: confrontiamoci su temi, non su etichette

Rifondazione comunista risponde a ReteD: confrontiamoci su temi, non su etichette

Rifondazione comunista ha scritto una lettera aperta a Rete democratica che, con il medesimo sistema, l’aveva invitata a condividere un percorso di scelta dei candidati progressisti alle elezioni politiche del 4 marzo.

Per affrontare correttamente la discussione – scrive Francesco Lucat –, il primo dato di fatto da tenere presente è che si sta parlando di elezioni nazionali. Tuttavia, l’interesse della Valle d’Aosta non può essere l’unico criterio con cui affrontare le prossime scelte elettorali. Non ci si può limitare alla Valle d’ Aosta. Occorre tener conto di interessi più generali.
Un problema che si riproporrà nel 2019 quando saremo chiamati alle urne per le elezioni europee. 
Allora bisogna considerare quali siano i problemi nazionali all’ordine del giorno che influenzano  –  in maniera pesante – la vita sociale e politica della nostra regione. Temi  ineludibili sono quelli sul lavoro, su pensioni e sanità, sul debito pubblico, sulla democrazia, sui migranti, su scuola, università ricerca, per non parlare dei trattati internazionali come il TTIP o il CETA.  Problemi che vanno affrontati qui e adesso, nel loro contesto nazionale ed europeo. 
Senza entrare nel merito di ogni singolo punto, ci pare difficile sostenere che su questi temi esista, nel ‘campo progressista’, una convergenza di vedute. 
Referendum costituzionale, scippo dei referendum sul lavoro della CGIL, allungamento dell’ età pensionabile, legge di stabilità, per restare a quanto accaduto agli ultimi mesi, non hanno certo segnato l’unità del ‘campo progressista’. Semmai il contrario. 
Né ci sembra che si possa aggirare questo problema appellandosi a una ‘società civile’ nella quale, proprio sui temi sopra elencati, albergano contraddizioni ancora più marcate di quelle esistenti fra le forze politiche. 
C’è una ‘società civile’ che soffre la crisi: che lavora in nero, precaria, costretta a emigrare, ricattata sul lavoro, che deve ‘campare’ con pensioni da fame, esodata, privata di servizi essenziali e di prospettive per il futuro. Una società civile che ha perso fiducia nella politica perché, da venticinque anni la ‘politica’, chiunque fosse al governo – ‘campo progressista’ compreso – ha lavorato per quel pezzo di ‘società civile’ che ha costruito la propria prosperità sulla pelle di quelli che la crisi l’hanno subita e continuano a subirla. I quali, non appena ne hanno avuto l’occasione, il 4 dicembre, hanno gridato forte la loro sofferenza mandando al diavolo chi voleva modellare lo stato secondo i desideri della grande finanza. Un grido che non è stato raccolto dalla ‘politica’.
Allora c’è stato chi ha mandato un segnale: se nessuno ci rappresenta, ci rappresentiamo da soli. 
E, da questa piccola scintilla, sono partite decine e decine di assemblee, in tutta Italia, e altre sono in programma, con l’obiettivo di uscire dalla rassegnazione, dall’isolamento, dalla frammentazione, far sentire la voce di chi resiste, creare un movimento che metta al centro i bisogni di chi soffre e subisce la crisi. Con uno slogan semplice e chiaro: Potere al Popolo e un programma articolato e ricco di contenuti.
Una prospettiva in cui anche noi ci siamo riconosciuti, e siamo contenti che il nostro partito la pensi come noi.
Su quei contenuti siamo sempre disposti a confrontarci, lasciando perdere le ertchette. 
Perché termini come ‘sinistra’ e ‘progressisti’ sono etichette presenti su tante bottiglie, nelle quali ci stanno vini troppo diversi fra loro. E qualcuno di questi è pure andato in aceto“.


 

Pubblicato / aggiornato il 03/01/2018 alle 12:00
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Categoria: Politica e Amministrazione