Eugenio Gramola: Io non sono un giudice
«Io non sono un giudice. Io sono Eugenio Gramola, faccio il giudice e quindi faccio il mio lavoro».
Con queste parole Eugenio Gramola, dal 2017 presidente del Tribunale di Aosta, venerdì 19 gennaio 2024, ha raccontato come ha vissuto il suo ruolo e la sua esperienza in Valle d’Aosta, dove è rimasto 34 anni ed è stato giudice civile, del lavoro e penale. Una lunga permanenza che si concluderà il 14 febbraio, quando si trasferirà a Trento, dove guiderà la Corte d’appello.
«Se seguo le regole di deontologia professionale non è tanto perché è sono un giudice – ha precisato – ma perché facendo il giudice so che è tutta una serie di cose, anche nella mia vita personale non si fanno. E dato che io faccio il giudice, quando ho smesso di fare il giudice, io faccio altro. Quando sono sulla mountain bike o sulla seggiovia io penso alla discesa mi guardo il panorama o mi godo la salita e mi asciugo il sudore ma non vado a pensare ma cosa devo fare dell’imputato X. Quello lo penso quando io mi studio il fascicolo e secondo me i giudici missionari che dedicano tutto il tempo al lavoro che arrivano la casa e parlano di lavoro con la famiglia si svegliano di notte a cercare sentenze possono anche essere ammirevoli. Però potrebbero anche essere pericolosi».

Eugenio Gramola è note come “il giudice degli omicidi valdostani“, anche se questa definizione proprio non gli piace: «c’è stato un lunghissimo periodo di una decina di anni almeno in cui non si è fatto un solo procedimento in Corte d’Assise – ha ricordato – e tutti i procedimenti per l’omicidio sono finiti davanti al Giudice per le udienze preliminari ed il gup ero io e quindi io dalla Saccotelli [Laura, che nell’aprile 2003 aveva avvelenato il marito Ilario Torreano, seppellendolo poi in cantina], piuttosto che i fratellini che purtroppo sono stati annegati nel lago [il caso di Olga Cerise, del giugno 2002, e dei suoi figli Matteo, di 4 anni e Davide, di 21 giorni], proprio nello stesso periodo del procedimento a carico della Franzoni e la rapina a Saint Nicolas con il conseguente omicidio [quello del postino Edi Junod, nel luglio 2004, da parte di Omar Fasulo] e siamo arrivati fino alla recente sentenza di Corte d’Assise dove di nuovo abbiamo giudicato un omicidio con sentenza che ho esteso io [l’assassinio di Elena Raluca Serban, con Gabriel Falloni condannato definitivamente e 24 anni di carcere]. Francamente non vado orgoglioso delle delle mie sentenze, anche se cerco di scriverle bene ma poi, non dico che me ne dimentico ma quasi».
In particolare il caso Cogne, con l’esposizione mediatica che ne è conseguita, ha dato decisamente fastidio ad Eugenio Gramola: «io avevo fatto poco però – ha aggiunto – in realtà in quel processo era passato solo da me per l’udienza preliminare e c’era già in corso la misura cautelare e quindi è andato poi direttamente in dibattimento. Essere ricordato in particolare per quel processo lì devo dire che non mi fa tanto piacere perché è stato il processo più sgradevole che ho avuto e sono fermamente convinto che i processi non si fanno in televisione, ma si fanno in Tribunale. Vedere che veniva quasi fatto il contrario, con un processo parallelo mi ha dato alquanto fastidio. Io comunque ho fatto il mio processo tranquillamente e sono riuscito a farmi vedere il meno possibile, quindi tutto sommato il lato giudiziario credo che abbia funzionato ragionevolmente bene».

I rapporti con i giornalisti, dopo le recenti riforme che tendono a limitare la diffusione delle informazioni sulle indagini, restano comunque fondamentali: «diciamo la verità, se volete voi giornalisti vi procurate le ordinanze di custodia cautelare con la massima facilità – ha sottolineato Eugenio Gramola – per cui non so bene fino a che punto la norma possa essere efficace. Siamo nell’ambito di scelte del potere legislativo e del Governo sulle quali io non ritengo di dovermi esprimere. Però occorre comunque garantire un equilibrio tra il diritto alla privacy e a non vedersi sventolato sui giornali come colpevole a seguito di un’informazione di garanzia. Però, contemporaneamente, c’è anche il diritto all’informazione delle persone, non si può pensare di arrivare a poter dare delle notizie soltanto a seguito di una sentenza passata in giudicato perché in nessun Paese del mondo credo si faccia una cosa del genere. Occorre trovare un punto di equilibrio e certamente la giustizia non può e non deve essere segreta. D’altra parte viene resa nel nome del popolo italiano e le udienze sono pubbliche e nell’articolo 97 della Costituzione si parla di trasparenza della Pubblica amministrazione e significa anche poter pubblicare notizie che riguardano vicende giudiziarie su persone».
Sull’abolizione del reato di abuso d’ufficio, approvata in Senato il 10 gennaio scorso, Gramola è tranchant: «Il codice penale è pieno di reati inutili, con norme che non sono applicate da secoli ma che rimangono comunque lì – ha sentenziato – è anche questo tema di dibattito politico per cui io preferisco non infilarmici in mezzo, l’importante è che comunque il pubblico amministratore che anziché fare il proprio dovere fa l’opposto debba rimanere punibile. comunque vi sono altre norme».
Pubblicato / aggiornato
il 19/01/2024 alle 14:06
Categoria:
Cronaca / Video