Vai al contenuto

Presente e futuro dello smart working in Valle d’Aosta

Presente e futuro dello smart working in Valle d’Aosta (©Angelo Musumarra per bobine.tv) - La presentazione dello studio sullo smart working realizzato dall'Ufficio della consigliera regionale di parità

Lo smart working in Valle d’Aosta è apprezzato dagli impiegati pubblici che lo hanno ottenuto ma è fondamentalmente poco utilizzato rispetto alle reali potenzialità.
È quanto è emerso dai risultati da uno studio effettuato dall’Ufficio della consigliera di parità, Katja Foletto, presentato nel pomeriggio di martedì 20 maggio 2025. È stato chiesto a un centinaio di lavoratori e a trenta imprese valdostane, sia pubbliche sia private, di raccontare come è stato percepito il lavoro in remoto.

L’indagine sui dipendenti

Lo studio della Consigliera di parità ha coinvolto 112 lavoratori dipendenti, di cui il 92% impiegati e il 72,7% dipendenti di un Ente pubblico. Il 49,5% lavora in smart working da più di due anni ed il 33,6% da meno di sei mesi, il 54,5% ha ritenuto che lo smart working sia un esperienza molto positiva, per un valore complessivo a favore che supera l’85% ma c’è quasi un 4% che l’ha reputata un’esperienza negativa.

Tra i lati positivi, ci sono il miglior equilibrio tra vita lavorativa e vita privata e il risparmio di tempo negli spostamenti ma viene anche considerata la maggiore flessibilità di orario di lavoro e la maggiore produttività. Tra quelli negativi, preso atto che la maggioranza dei lavoratori non ha evidenziato alcuna criticità, c’è di lamenta isolamento sociale, difficoltà nella comunicazione con i colleghi e problemi tecnici di connessione, oltre a una minoranza che segnala una mancanza di supervisione.
I lavoratori interpellati si sentono supportati dall’azienda per lavorare in remoto, la somma dei valori positivi supera il 55%, anche se resiste un 11,7% che ha comunicato una valutazione negativa in merito. Il 50,5% ritiene di lavorare in maniera uguale di quando era in presenza, mentre il 45% ha sensazione di lavorare di più, concludendo con la valutazione, da parte del 62,7% degli interpellati, che il lo smart working è usato consapevolmente per la conciliazione tra vita privata e lavorativa.

Le valutazione sullo smart working da parte dei dipendenti interpellati dall'indagine dell'Ufficio della consigliera di parità
Le valutazione sullo smart working da parte dei dipendenti interpellati dall’indagine dell’Ufficio della consigliera di parità

Le risposte dei datori di lavoro

Per quanto riguarda i datori di lavoro hanno risposto in 30, le società AVI Presse (editore di questa testata), Enval e Frama, le partecipate regionali Autoporto della Valle d’Aosta, Cervino SpA, Funivie Courmayeur Mont Blanc, Pila Spa e In.Va., i Comuni di Arvier, Aymavilles, Bard, Donnas, Gressoney e Hône e la Regione autonoma Valle d’Aosta, con un 60% di interpellati che fanno parte del settore pubblico.
Il 30% delle aziende ha meno di 10 dipendenti, il 46,7% tra i 10 e 50, il 10% tra i 51 ed 200 ed il 13,3% oltre i 200. Di queste, l’80% applica lo smart working, ma il 50% lo fa raramente, il 26,7% sempre, il 13,3% spesso e il 10% a volte. La scelta di ricorrere allo smart working è dovuta principalmente alla maggiore flessibilità per i dipendenti ma anche per l’aumento della produttività e l’attrazione dei talenti mentre in nessun caso c’è stata una risposta che ha motivato la scelta con la riduzione dei costi operativi.

Le principali sfide nell’implementazione dello smart working hanno riguardato il monitoraggio della produttività seguito, quasi con lo stesso valore, dalla sicurezza dei dati e dalla resistenza al cambiamento da parte dei dipendenti ma c’è anche chi ha dovuto gestire la comunicazione e la collaborazione tra il team.
Il 60% dei datori di lavoro ha dichiarato che sicuramente applicherà lo smart working in futuro ma un 20% non è sicuro nel continuare a implementarlo. Il 10% proseguirà con delle modifiche e un altro 10% lascerà perdere.
Lo smart working è stato principalmente realizzato con l’utilizzo di piattaforme di videoconferenza e con software di comunicazione e solo due aziende hanno utilizzato specifici strumenti di gestione dei progetti.

Le prospettive sull'uso smart working da parte dei datori di lavoro interpellati neall'indagine dell'Ufficio della consigliera di parità
Le prospettive sull’uso smart working da parte dei datori di lavoro interpellati neall’indagine dell’Ufficio della consigliera di parità

La ricerca “Smart west”

Alberto Lacchia, ricercatore dell’Università della Valle d’Aosta ha quindi raccontato lo studio Prime evidenze della ricerca Smart West sulla transizione dalla fase emergenziale pandemica alla fase post-pandemica nell’utilizzo dello smart working da parte delle imprese del nord ovest del Paese, realizzato insieme a Massimo Zanetti, professore associato in sociologia generale all’Ateneo valdostano, nell’ambito del quale sono state realizzate, tra fine 2022 e inizio 2023, venti interviste semistrutturate a responsabili delle risorse umane, dirigenti e imprenditori.
Da quanto è emerso, non appaiono grandi differenze nell’applicazione dello smart working tra l’area metropolitana torinese e la Valle d’Aosta. Le grandi imprese avevano tutte già avviato processo di digitalizzazione e ampiamente sperimentato lo smart working prima della crisi pandemica e, attualmente, hanno dal 30 al 50% dei lavoratori in remoto. In due casi su tre sono stati definiti degli accordi collettivi con la rappresentanza sindacale interna ma si sono notate resistenze da parte dei top manager delle grandi imprese. Il middle management si è dichiarato molto favorevoli nell’applicare lo smart working nelle grandi imprese ma si sono verificate resistenze nell’implementazione della desk rotation.
Nelle pmi, piccole e medie imprese, sono stati verificati approcci sia restrittivi sia molto liberali. C’è stato un top management che ha una rappresentazione sulla produttività e praticabilità dello smart working molto influenzata dell’attività lavorativa prevalente e generatrice di valore in azienda, chiedendo un controllo diretto, ipotizzando che il lavoro in remoto possa diventare fonte di potenziali opportunismi. Il recupero del controllo, con un miglioramento della digitalizzazione ha però permesso di superare le resistenze ma sono stati anche effettuati accordi individuali e, in un caso, anche una regolamentazione unilaterale ma molto liberale.

Lo studio di Alberto Lacchia ha anche affrontato la problematica della comunicazione, evidenziando come le forme tradizionali di comunicazione interna come le telefonate o le e-mail mantengono un ruolo importante anche nello smart working ma con le piattaforme digitali che canalizzano una quota crescente dei flussi di comunicazione interna, come l’utilizzo delle chat per le comunicazioni rapide e informali e, in misura minore, delle videochiamate, in particolare nel caso di comunicazione e coordinamento tra più persone.
Nonostante la diffusione delle riunioni in meet, i manager hanno valutato le riunioni in presenza più efficaci raccontando che sono state tra le prime attività a tornare in presenza, in particolare per i livelli organizzativi superiori, anche richiedono costi di trasferta. Questo perché esiste una percezione di un potenziale impatto negativo sulle capacità di problem solving nella riunione on-line.
Nello smart working è stato anche riscontrato un indebolimento della comunicazione informale tra colleghi che lavorano a distanza, che dipende dalle condizioni dell’infrastruttura digitale e dalle soluzioni offerte dalla piattaforma di comunicazione e collaborazione.

Alberto Lacchia e Katja Foletto durante la presentazione dello studio sullo smart working
Alberto Lacchia e Katja Foletto durante la presentazione dello studio sullo smart working

Nelle pmi non sono stati raccolti dati sulla performance in smart working e le valutazioni personali all’andamento aziendale nel periodo pandemico hanno fatto segnare un forte aumento della produttività in remoto per quanto riguarda l’attività lavorativa prevalente e che apporta valore all’azienda. Le grandi imprese hanno espresso anche loro valutazioni positive dell’impatto dello smart working sulle performance aziendali e individuali, anche se in due casi su tre è stato precisato che non sono è stato attivato un monitoraggio dedicato.
Una multinazionale che opera nel settore automotive ha raccontato la lunga sperimentazione prima della pandemia su larga scala, con un incremento medio del 20% di produttività dei lavoratori in smart working, mentre le altre imprese hanno semplicemente effettuato una correlazione grezza tra la crescita del fatturato e l’adozione su larga scala dello smart working, verificando, con analisi interne, un maggior benessere dei lavoratori nella fase post-pandemica.

La digitalizzazione del lavoro è stata accelerata nelle pmi durante l’emergenza pandemica mentre le grandi imprese l’avevano già completato prima. Sulla digital compliance, vale a dire l’insieme delle regole che riguardano la protezione della privacy dei clienti, dei dati e la reputazione aziendale da parte delle pmi c’è stato un adeguamento minimo alle norme di legge che però espone le aziende a rischi sia in termini di trattamento dei dati dei lavoratori, sia in termini di controllo dei flussi di dati aziendali utilizzati dai lavoratori che operano in remoto. La formazione allo smart working, nelle pmi altamente smartabili, ha visto una strategia di investimento minimo, limitandosi a far leva sulle competenze, l’autoapprendimento e l’autonoma iniziativa dei lavoratori, soprattutto in Valle d’Aosta, mentre nelle grandi imprese si è verificata un’importante mobilitazione, nel quadro del più generale processo di digitalizzazione.
Le interviste hanno manifestato una dialettica nel management tra cultura del controllo e cultura della fiducia, che durante il lockdown, ha contribuito ad affrontare l’ansia di perdere il controllo, dato che il processo di digitalizzazione sembra comunque svolgere un ruolo importante nel contenerla.
Nelle grandi imprese in due casi su tre sono stati i top management a manifestare le maggiori resistenze allo smart working registrando tensioni con il middle management, decisamente più favorevole. In questo senso si apre una questione generazionale tra i due livelli manageriali in relazione all’uso dello smart working.

Il benessere dei lavoratori

«I rappresentanti delle risorse umane delle aziende valdostane per sostenere l’idea di utilizzare lo smart working ci hanno parato del benessere del lavoratore e del positivo impatto ambientale – ha precisato il ricercatore dell’UniVdA – gli imprenditori non fanno grandi discorsi sul miglioramento della vita dei lavoratori o sull’impatto ambientale ma semplicemente ci hanno detto che c’è meno traffico, grazie al fatto che regolando i turni si evita che all’ora di punta gli svincoli autostradali siano saturi. Non c’è più quindi quella persona che passa nel traffico mezz’ora al mattino e mezz’ora alla sera per andare e tornare a casa, c’è meno inquinamento di ogni tipo e si risparmiano soldi, e ve lo dice uno che ha passato, anche proprio per fare questa ricerca, davvero molto tempo incolonnato nella tangenziale di Torino verso lo svincolo per Aosta».

«Una nota positiva sul territorio, confrontando i dati, sia con il resto del Nord-Ovest dell’Italia, sia con dati nazionali, è che la Valle d’Aosta gode di di una condizione favorevole – ha concluso Alberto Lacchia – è una regione fortunata, legata al suo passato industriale e al collegamento con il Canavese. La presenza di aziende tecnologiche, cioè tutto l’ex comparto che faceva parte dell’indotto dell’Olivetti e che è sopravvissuto, fa sì che il tessuto industriale ed imprenditoriale legato al settore Ict, alla comunicazione e alle nuove tecnologie, soprattutto nella bassa Valle, sia piuttosto sviluppato, più che altrove. Anche se riguarda aziende nate negli anni Sessanta e che sono cresciute fino ai primi anni Novanta scollegandosi poi dall’esperienza dell’Olivetti, sono riuscite a rimanere aziende dinamiche e, pur non essendo giovani, hanno conservato una cultura aziendale dimostrandosi più propense all’utilizzo dello smart working».

Pubblicato / aggiornato il 21/05/2025 alle 16:56
Visualizzato volte
Categoria: Economia e Lavoro