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EFAy-JV Summer School 2025

EFAy-JV Summer School 2025 (©Angelo Musumarra per bobine.tv) - Un momento del convegno della Summer school 2025 di Jeunesse valdôtaine e European free alliance youth

La diversità linguistica e la relativa valorizzazione sono al centro della Summer school 2025 organizzata ad Aosta dalla Jeunesse valdôtaine e dalla European free alliance youth (EFAy), da venerdì 30 maggio a domenica 1° giugno 2025.

«Questo seminario è dedicato alla riflessione sul multilinguismo e sulla promozione delle lingue minoritarie – ha spiegato Sylvie Bonel, animateur principal della JV, nella mattinata di sabato 31 maggio, in apertura dell’incontro pubblico intitolato “To Speak is to exist. Plurilingualism in Europe: benefits and lessons for policy” (Parlare è esistere. Il plurilinguismo in Europa: benefici e lezioni per la politica) – ed esploriamo insieme cosa significa vivere in un luogo dove coesistono diverse lingue, perché vale la pena proteggerle e come questa protezione possa diventare un progetto per il futuro piuttosto che un semplice dovere della memoria».

Sylvie Bonel, animateur principal della Jeunesse valdôtaine
Sylvie Bonel, animateur principal della Jeunesse valdôtaine

«Nella nostra regione, il multilinguismo è un’esperienza concreta vissuta giorno dopo giorno – ha continuato Sylvie Bonel – ma la coerenza di diverse lingue sullo stesso territorio non è mai scontata e richiede un lavoro paziente e un impegno costante. Ecco perché siamo qui oggi, la cultura deve essere lucida, coraggiosa e ambiziosa. Le lingue minoritarie non sono deboli, anche se il linguaggio minoritario potrebbe farcelo credere. Ma queste sono lingue sopravvissute all’emarginazione, sono lingue sopravvissute agli stereotipi, al tempo e alle sfide e devono essere sostenute e valorizzate e questo avviene attraverso la scuola, la ricerca, le politiche».

«La competenza linguistica non è scontata – ha aggiunto Aurelio Marguerettaz, vice presidente del Consiglio Valle – in qualsiasi contesto, ci sono lingue dominanti e qui, se da un punto di vista istituzionale, italiano e francese sono sullo stesso piano, tutti i rapporti istituzionali ed economici sono con l’Italia, ed ovviamente si parla italiano. Uno dei rischi è la paura di non padroneggiare bene il francese e succede lo stesso anche con la nostra lingua, il patois. Ci sono molte persone che lo capiscono ma hanno paura di esprimersi perché non vogliono sbagliare. Noi quindi dobbiamo cercare di migliorare la lingua, ma anche continuare a parlarla e, e a volte ci sono errori, non è un problema».

«Il vero rischio è che le nostre lingue, tutte le lingue delle minoranze, diventino semplicemente un codice di comunicazione e rimanga il pensiero in italiano – ha quindi osservato Roberto Visentin, già senatore del Friuli-Venezia Giulia e vice presidente dell’European free alliance – parlare una lingua diversa e pensare in italiano è la più grossa disgrazia che ci possa capitare ed è il vero problema per tutti noi».

Roberto Visentin, vice presidente dell'European free alliance
Roberto Visentin, vice presidente dell’European free alliance

Diversi gli esperti che si sono alternati, perlopiù in collegamento remoto, per un confronto a livello europeo sulla tutela delle lingue minoritarie, tra cui Davyth Hicks, segretario generale dell’European language equality network (Elen), organizzazione internazionale non governativa attiva a livello europeo che si occupa proprio di proteggere e promuovere le lingue europee meno diffuse, che raccoglie 174 iscritti in rappresentaza di 50 lingue in 25 Stati europei: «siamo stati fondati nel 2012 per sostituire l’Eblul, l’European bureau for lesser-used languages (l’Ufficio europeo per le lingue meno utilizzate, n.d.r.) ed oggi siamo la più grande Ong nel settore, rappresentando la maggior parte delle organizzazioni della Società civile in Europa, nonché Università e Istituti di ricerca, dalla “Catalogna omium cultural” con molte migliaia di iscritti, fino a quelle più piccole come “Quetzal Cantabria e Cornovaglia”, con poche centinaia di aderenti. Quasi tutte le nostre lingue sono definite a rischio di estinzione dall’Unesco o vulnerabili, ed il nostro lavoro si divide in due pilastri principali. Da un lato, la cosiddetta “advocacy”, in cui collaboriamo con l’Unione Europea, il Parlamento europeo, il Consiglio d’Europa, l’Osce e l’Unesco. Il secondo pilastro è in cui realizziamo progetti linguistici finanziati dall’UE con le nostre organizzazioni affiliate, come “Horizon” o “Erasmus Plus”. Ma lavoriamo anche direttamente con gli Stati, in particolare con Governi autonomi, Enti e Consigli locali, per promuovere lo sviluppo ed i diritti linguistici. Dopotutto, se l’Unione europea può proteggere uccelli, pesci e piante, perché non può proteggere le nostre lingue? Non vogliamo vedere un regolamento che garantisca i diritti delle lingue europee minoritarie e vorremmo vedere un difensore civico per le lingue».

Se il patois è valorizzato nelle scuole con il Concours Cerlogne ed è mantenuto con l’organizzazione di diversi corsi specifici nei vari Comuni valdostani, è emerso che in Valle d’Aosta è il francese ad attraversando un momento critico, nonostante il bilinguismo. L’Amministrazione regionale aveva tutelato la lingua francese creando una struttura di sviluppo e ricerca, con l’Istituto di ricerca educativa (Irre) e poi diventato Istituto regionale di ricerca, sperimentazione e aggiornamento educativi (Irrsae), che è stato però soppresso nel 2009 e formalmente sostituito dall’Ufficio supporto all’autonomia scolastica (Usas) dove era presente anche il Centro risorse per la didattica delle lingue (Crdl): «purtroppo le lingue portano anche a conflitti notevoli tra quelli che vogliono una lingua e quelli che ne preferiscono un’altra – ha rimarcato Marisa Cavalli, ex docente di francese e ricercatrice all’Irrsae, esperta in politiche linguistiche – senza rendersi conto che tutte le lingue sono utili, dal francoprovenzale al titsch e sono un patrimonio culturale della Valle d’Aosta di cui bisogna essere estremamente fieri. Bisogna infatti abbattere i pregiudizi, ad esempio a me non è stato insegnato il patois perché c’era l’idea che parlare il dialetto potesse non far apprendere bene le altre lingue ed è necessario dis-ideologizzare la lingua come fattore politico, ma farla vivere nel quotidiano, nell’economia e fare in modo che tutto quello che è connesso alla cultura valdostana sia rivisitato in modo creativo. Non apprezzo la monetizzazione delle lingue, che sono una ricchezza culturale e servono per aprire orizzonti, anche di tipo cognitivo. Le certificazioni servono, sono importanti, ma io penso al lato umano, all’accoglienza, utilizzando le lingue degli altri, dei nuovi immigrati, che possono diventare anche un patrimonio economico. Dopotutto a Verbier, in Svizzera, arrivano turisti dagli Emirati Arabi semplicemente per il fatto che ci sono conoscenze linguistiche adeguate. Perché non far la stessa cosa anche qui?».

Natalia Bichurina, linguista, ricercatrice e docente universitario
Natalia Bichurina, linguista, ricercatrice e docente universitario

«Non dovremmo sopravvalutare l’impatto delle politiche linguistiche – ha ribattuto Natalia Bichurina, linguista, ricercatrice e docente associato all’Université Sorbonne Nouvelle, esperta di francoprovenzale – e non dovremmo nemmeno immaginare che le scuole possano risolvere la situazione. Qualche anno fa ho studiato come gli spazi transfrontalieri includano due tipi di situazioni linguistiche, con le grandi città dove a causa del cambiamento nella lingua della conversazione quotidiana si verifica la sostituzione linguistica e poi abbiamo le zone montuose delle Alpi anche in alcune valli in Francia e in Svizzera, dove l’uso del dialetto è rimasto una pratica quotidiana, anche se non nella stessa misura. Attualmente in Francia abbiamo una situazione che possiamo definire post-vernacolare, dove il dialetto non è più usato come lingua di comunicazione quotidiana ma è presente nelle festività o nelle riunioni della comunità. In Svizzera la trasmissione familiare del francoprovenzale è ancora praticata ed è ancora il dialetto parlata da tutte le generazioni. Il caso della Valle d’Aosta viene spesso presentato come eccezionale, quasi miracoloso, perché è il patois è ancora parlato da una porzione molto ampia della popolazione e viene utilizzato in tutti gli ambiti della vita».

La “Summer school” della EFAy e della Jeunesse Valdôtaine è proseguita con una tavola rotonda tra le varie associazioni di promozione delle lingue minoritarie in Italia e in Europa, tra cui i siciliani Trinacria, l’Institut de la langue savoyarde, i lombardi di DeVulgare e l’attore valdostano Fabien Lucianaz. Domenica 1° giugno è stata redatta una carta d’intenti, proposta dai partecipanti, uno strumento di pressione politica e culturale nei dibattiti europei sulla tutela linguistica: «alla fine della condivisione delle diverse esperienze – ha concluso Sylvie Bonel – il documento rappresenta la sintesi di un dialogo tra una trentina di giovani europei, una proposta concreta per riuscire a parlare con le Istituzioni di valorizzazione delle lingue e del plurilinguismo, dando degli spunti reali per eventuali politiche future. Uno di questi sarà quello di creare un riconoscimento a livello europeo, una sorta di certificazione linguistica per quanto riguarda le lingue minoritarie, che dovrà essere rilasciata da uno specifico Ente interregionale che possa in questo modo, operare per la loro tutela».

Pubblicato / aggiornato il 02/06/2025 alle 19:28
Categoria: Politica e Amministrazione