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Focus turismo: formazione e opportunità lavorative

Dopo aver, nella puntata precedente, ragionato sulle seconde case, questa sera continuiamo a parlare di turismo, dedicandoci alla formazione di coloro che operano professionalmente nel settore del turismo.

Del fabbisogno e dell’offerta di lavoro per le professioni del turismo in Valle d’Aosta abbiamo parlato con Dario Ceccarelli, responsabile dell’Ufficio che cura le statistiche perl’amministrazione regionale ed è, inoltre, l’ufficio di riferimento del sistema statistico nazionale.

Dario Ceccarelli – capo dell’Osservatorio economico e sociale della Presidenza della Regione autonoma Valle d’Aosta – Innanzi tutto bisognerebbe fare una piccola precisazione su cosa intendiamo per settore turistico perché come sempre quando si parla di turismo non ci sono dei confini molto definiti e quindi si rischia di parlare di una cosa troppo restrittiva o troppo grande. Diciamo che parlando di turismo in senso proprio quindi parlando di attività ricettive e ristorative, grosso modo noi abbiamo un panorama di fronte di circa 1600 imprese che esprimono una domanda annuale di circa 10.000 assunzioni quindi un numero importante perché rappresentano circa poco meno del 30% di tutte le assunzioni che in un anno vengono fatte in VDA quindi è sicuramente un settore che, come sappiamo, per le caratteristiche della regione è un settore particolarmente rilevante ma gli stessi numeri relativi al mercato del lavoro dimostrano che è un settore che ha un peso notevole nell’ambito dell’economia regionale. Gli occupati possono essere stimati in circa 7.000 persone il che significa che sono una media tra persone che hanno un’occupazione effettivamente stabile e occupati che ruotano sul posto di lavoro in funzione della domanda stagionale che ovviamente è una caratteristica del settore che non può essere elusa.

Il settore del turismo, per rispondere alle esigenze specifiche e per fronteggiare le nuove domande, fa ricorso anche a collaborazioni esterne alla propria azienda. L’offerta di lavoro può andare al di là dell’assunzione stagionale e proporre contratti lavorativi per periodi brevi come i week end o le vacanze di Natale. Ciò per rispondere alle esigenze del mercato turistico che, come noto, si stanno modificando sensibilmente nel corso di questi anni. Ma quali sono queste nuove forme di lavoro?

Dario Ceccarelli – Tra le nuove forme contrattuali ce ne sono di varia natura dal lavoro a tempo determinato, al lavoro somministrato al lavoro a chiamata o intermittente come viene definito e quindi diciamo che sono tutte forme di lavoro che da un certo punto di vista sono per certi versi instabili nel senso che non garantiscono una continuità per definizione ma dall’altra permettono all’impresa di rispondere in maniera più flessibile alla domanda che viene dal mercato e di adeguare la propria struttura organizzativa e produttiva alle esigenze che vengono espresse dai clienti che vengono nella nostra regione

Dovendo scegliere un corso di studi e una futura professione quali sono le opportunità per un giovane valdostano?

Dario Ceccarelli – Bè, certamente avesse le risorse dovrebbe fare l’imprenditore turistico perché ovviamente nella nostra realtà una grossa parte, diciamo la metà, di quelli che operano nel settore turistico rientrano tra le figure dell’imprenditore o similare, sono i titolari dell’impresa, c’è un forte familismo nella nostra realtà quindi sono aziende che sono radicate sul territorio da un lato e dall’altro sono radicate all’interno della famiglie che per generazioni si passano l’azienda. Ovviamente entrare come imprenditore nel settore non è facile intanto perché la barriera all’entrata determinata dalle risorse che sono necessarie per poter avviare un’azienda di questo tipo è sicuramente importante e dall’altra non è neppure semplice iniziare un’attività di questo tipo ma certamente tutte e professionalità che comportano una vera qualificazione nel settore che possono essere dal sommelier, al maitre, al direttore di sala, al capo ricevimento sono sicuramente professioni che hanno degli spazi e delle possibilità di sviluppo importanti. Sia nell’ambito del lavoro dipendente, sia nell’ambito di future e possibili aperture come spazi di lavoro autonomo quindi come attività in proprio. Quindi diciamo che è un settore dove la professionalità è un elemento fondamentale e fondante per poter avere una professione garantita e comunque una possibilità di sviluppo di carriera. Proprio perché come tutte le attività di servizio, essendo un’attività che si espleta attraverso le relazioni, attraverso il rapporto con le altre persone necessita di una professionalità di fondo che è basata soprattutto sulla persona e non su l’uso di macchinari piuttosto che di tecnologia e quindi chiaramente la preparazione delle persone è un fatto fondamentale e strategico. Per cui chiaramente un giovane che vuole affrontare questo tipo di lavoro non va sottovalutata la necessità di formarsi anche per lungo tempo cosa magari invece nell’immagine collettiva si immagina che come lavoro residuale, forse perché tutti noi abbiamo fatto il cameriere d’estate, come lavoro temporaneo, non ci sia questa necessità di formazione. In realtà è proprio un settore dove la formazione è sicuramente fondamentale.

Numericamente parlando, la maggior offerta di lavoro proviene da alberghi, ristoranti e bar. In Valle d’Aosta, una struttura è dedicata alla formazione e all’istruzione di figure professionali in campo turistico: è la Fondazione per la formazione professionale turistica e ha la propria sede a Châtillon.

Nora Martinet – direttore per la Fondazione professionale turistica – La fondazione per la formazione professionale turistica è stata istituita nel 1991 e da poco riformata con la legge regionale numero 7 del 28 aprile 2011. La fondazione è orientata da un consiglio di amministrazione e presieduta dall’assessore al turismo in carica. Lo scopo della fondazione è quello di svolgere attività di istruzione, formazione, riqualificazione, ricerca nei vari settori del turismo.

Le attività si sviluppano sulle due sedi ubicate entrambe nel territorio di Chatillon, sedi che sono attrezzate con laboratori e attrezzature all’avanguardia. L’offerta formativa della fondazione si sviluppa su parte istruzione e parte formazione.

Nell’area dell’istruzione la Fondazione orienta e gestisce l’istituto professionale regionale alberghiero che prevede un percorso di 5 anni. All’interno di questo percorso c’è la possibilità per ogni allievo di ottenere un attestato di qualifica regionale al termine del terzo anno.

Nell’area della formazione professionale è stato da poco attivato il progetto l’hôtellerie rivolto a giovani in ambito di obbligo formativo, che otterranno al termine del biennio la qualifica di commis di cucina e commis di sala e bar.

Al termine dei cinque anni, si ottiene la qualifica di tecnico dei servizi per l’enogastronomia e l’ospitalità, titolo che permette anche accesso all’università. La Fondazione accoglie annualmente circa 260 ragazzi nell’area dell’istruzione e 20 nel percorso “hôtellerie”. Le quote mensili per l’iscrizioni sono 255 euro per i 90 convittori e 155 euro per i restanti 170 semi convittori. Il bilancio annuale della Fondazione è di circa 5 milioni di euro dei quali 4 milioni e 150 mila euro provengono dall’amministrazione regionale e i restanti dalle quote versate dalle famiglie oltre che da finanziamenti provenienti dalla Comunità europea.

Ogni anno le domande d’iscrizione sono superiori rispetto ai 60 posti disponibili e gli studenti devono sostenere un test di ingresso. Gli sbocchi professionali, però, sono quasi garantiti.

Nora Martinet – Per quanto riguarda gli sbocchi professionali la fondazione organizza indagini a distanza di un anno e due anni dall’ottenimento della qualifica o diploma quindi sia nell’ambito dell’istruzione che della formazione e da queste indagini risulta che solo il 3% degli allievi sono disoccupati, il resto sono occupati o sono ancora studenti.

Allora questi ragazzi quando lasciano la scuola, una parte di questi ragazzi va all’estero per provare delle nuove esperienze, per mettersi in gioco, per comunque acquisire competenze anche nelle lingue, dopo di che un’altra piccola percentuale avvia delle attività proprie e un’altra ancora trova occupazione nei ristoranti, nei bar e negli alberghi in Valle d’Aosta.

La Fondazione interagisce con la società valdostana per la scelta delle figure professionali da formare, innanzi tutto attraverso il suo consiglio di amministrazione, nel quale siede anche il presidente dell’Associazione degli albergatori della Valle d’Aosta, ma anche attraverso l’attivazione di tavoli di lavoro con le varie categorie che operano in ambito turistico, per definire i fabbisogni formativi del territorio regionale e il conseguente percorso formativo.

Non dimentichiamo che la Fondazione opera nel campo della formazione anche con il continuo e costante aggiornamento degli imprenditori, che già lavorano nel mondo del turismo, con sessioni di approfondimento su tematiche particolari legate all’arte culinaria, al discorso del bar o all’arte dell’accogliere.

Come sarà il futuro della Fondazione e quali gli obiettivi dei prossimi anni?

Nora Martinet – La fondazione turistica del futuro principalmente è una fondazione che ha come obiettivo di raggiungere un centro di eccellenza dove ovviamente oltre alla formazione professionale e all’istruzione rivolta ai giovani valdostani pensa di attivare anche delle attività formative rivolte a chi già sta lavorando nel settore del turismo proprio per accrescere competenze che sono scontate e si ritiene che magari possano essere già acquisite ma così non è. Posso fare un esempio, ad esempio sicuramente un punto molto importante per la regione autonoma valle d’Aosta è poter lavorare sull’accoglienza perché è un settore che prima di tutto ha bisogno della disponibilità, la gentilezza, un po’ anche di umiltà, se vogliamo e poi di crescere dal punto di vista culturale verso questa strada dell’accogliere, accogliere bene l’ospite essere disponibili e farlo al meglio.

Per operare nel settore del turismo si può anche ottenere una preparazione universitaria presso l’Università della Valle d’Aosta. Si tratta di un’università giovane, nata nel 2000, che oggi offre cinque facoltà e accoglie 1.200 studenti il 30% dei quali proveniente da fuori Valle. Caratterizzata dalle piccole dimensioni, dall’apertura internazionale e da un elevato profilo dell’offerta formativa, propone due corsi di laurea collegati al mondo del turismo.

Chiara Mauri – preside della facoltà di scienze dell’economia e della gestione aziendale dell’Università della Valle d’Aosta – Uno dei punti fondamentali del piano triennale di sviluppo dell’università è l’integrazione fra università e territorio.

Poiché il territorio, la regione VDA ha una vocazione turistica e trova nel turismo una delle sue risorse economiche, integrazione università e territorio significa che l’università non può non occuparsi di turismo. Parlando dell’offerta formativa dell’università, due sono le facoltà soprattutto interessate al fenomeno del turismo: la facoltà di lingue e comunicazione per l’impresa e il turismo che come recita lo stesso titolo ha il turismo nella sua denominazione e la facoltà di facoltà di scienze dell’economia e della gestione aziendale

Il corso di laurea di lingue comprende due corsi di laurea espressamente dedicati al turismo, due esami per così dire. Uno si chiama geografia del turismo e del commercio internazionale, addirittura il primo anno, quindi gli studenti già il primo anno insieme alla lingua si trovano di fronte ad un esame che li porta nel mondo del turismo e poi tecniche di analisi dei dati turistico-commerciali al terzo anno. Ma anche in altri corsi, tipo economia aziendale, lingue e comunicazione …. Teoria della comunicazione e gestione delle imprese, affrontano temi attinenti il fenomeno del turismo.

Per quanto riguarda invece il corso di laurea in economia uno dei due percorsi tra cui gli studenti scelgono al terzo anno, uno dei due major come li chiamiamo noi, si chiama major in imprenditorialità e turismo. I tre corsi del major affrontano direttamente e indirettamente il tema del turismo, per esempio c’è un corso intitolato sviluppo imprenditoriale dei distretti turistici.

Esistono due momenti importanti per conoscere e approfondire il fenomeno del turismo in generale, anche con particolare riferimento al turismo in Valle d’Aosta: la redazione della tesi di laurea e lo stage lavorativo. La tesi è spesso frutto dell’esperienza di stage. Per dare alcuni dati, relativi al 2011, su 68 laureati in lingue e comunicazione il 63% ha svolto stage lavorativi in aziende turistiche all’estero e il 72% ha redatto tesi di laurea di argomento turistico. Ciò dimostra che l’interesse per il turismo è ancora più forte dello stage. Nella facoltà di Economia, su 190 laureati il 30% ha discusso tesi di argomento turistico. Per questa facoltà i dati di stage non sono significativi in quanto esso non è obbligatorio.

Altro elemento rilevante da segnalare è il fatto che alcuni laureati hanno redatto tesi su attività turistiche che hanno in seguito realizzato, creando un’attività imprenditoriale. Questi esempi dimostrano come il corso di laura non sia così staccato dal mondo delle imprese ma addirittura che possa promuovere la creazione di nuove attività. Sfortunatamente però questi casi sono molto rari se raffrontati al numero di laureati a dimostrazione di come l’università formi studenti con solide basi culturali ma faccia fatica a scuotere e a stimolare lo spirito imprenditoriale all’interno della società valdostana e dei suoi giovani.

Chiara Mauri – Non va dimenticato che la nostra università ha solo il triennio, ha una laurea triennale cioè non si è ancora mossa nell’ambito delle lauree magistrali. Ciò detto il compito di un triennio di laurea di qualunque facoltà è quello di fornire delle solide basi cioè di sviluppare una solida piattaforma di conoscenza di base.

Prima citavamo appunto dei corsi di studio che però sono soltanto una parte di una competenza completa nel mondo del turismo. Se però guardiamo a dove vanno a lavorare i nostri laureati triennali che non proseguono gli studi, noi abbiamo una fetta consistente di laureati del triennio che vanno a fare lauree magistrali o master, alcuni dei quali vanno a fare master nel mondo del turismo: hotel management, hotellerie e simili. Se andiamo a vedere dove sono andati a lavorare questi nostri laureati e cosa fanno, leggo qualche posizione ricoperta: impiegati presso agenzie di viaggi e tour operator, receptionist presso hotel, sto parlando anche di hotel all’estero, quindi la reception è un momento importante di dialogo con il cliente e abbiamo persino il caso di una persona che è responsabile marketing di uno dei più grossi TO del mondo a Londra.

Il fatto di prestare attenzione alla qualità della formazione è comprovato da due indicatori: il primo è l’indice di soddisfazione degli studenti, rilevato dal ministero dell’università tramite Alma laurea (che è significativamente più elevato della media nazionale); il secondo sono i risultati ottenuti dagli studenti che riportano le loro impressioni riconoscendo la preparazione ottenuta durante il solido triennio di base.

Ulteriore elemento che caratterizza l’università della Valle d’Aosta è la collaborazione e l’integrazione con altre università italiane e straniere.

Chiara Mauri – Cosa significa, significa che l’univda, favorisce o addirittura spinge, stimola la creazione di rapporti, di partnership vere e proprie con altre università che vedono sia i docenti, sia gli studenti andare e venire per così dire sul territorio. Una per tutti l’Università di Chambéry dove c’è uno scambio stabile di professori e uno scambio stabile di studenti, cioè i nostri studenti vanno a Chy e gli studenti di Chy e stanno un anno, non qualche giorno. L’università di Coventry nel regno Unito dove gli studenti della facoltà di lingue possono conseguire un terzo diploma oltre il doppi diploma che conseguono di default. Ma anche nella nostra facoltà di economia i programmi di mobilità sono ormai diventati ricorrenti. All’inizio faticavano a decollare invece adesso si stanno sviluppando: 19 docenti sono stati visiting professor in qualche università, cominciamo a ricevere visiting professor incoming e tanto per citare alcuni paesi in cui la nostra università ha delle partnership piuttosto ricorrenti, significa che i professori e gli studenti vanno e vengono cito il Belgio, la Spagna, il Portogallo, l’Olanda e la Turchia. Quindi il processo di collaborazione ma anche di internazionalizzazione che va di pari passo, stanno decisamente crescendo anche qui anche in un’università piccola ma di qualità come la nostra.

Infine altra missione dell’università, oltre alla didattica, è la ricerca, anche in campo turistico. Spesso commissionata dalla stessa amministrazione regionale.

Chiara Mauri – L’università non si limita nella sua offerta formativa a educare gli studenti al turismo ma svolge anche attività di ricerca.

Molti professori della nostra facoltà di economia sono interessati al mondo del turismo e poi noi svolgiamo parecchie ricerche per conto terzi. Terzi significa imprese, istituzioni pubbliche o private, la stessa regione, che hanno per oggetto il turismo. Valga per tutti la valorizzazione del comprensorio di Breuil-Cervinia e la valorizzazione, ricerca tutt’ora in corso, di siti archeologici e culturali della VDA.

Abbiamo chiesto ad alcune persone che ricoprono ruoli importanti nella società valdostana e che vedono la nostra realtà nella sua globalità, come osservatori potremmo definire privilegiati, di esprimere un loro parere e dare un consiglio per quanto riguarda le opportunità lavorative e la formazione. Le risposte sono interessanti e da esse si può prendere spunto per ragionamenti più approfonditi sul futuro della Valle d’Aosta.

Giuseppe Cilea – presidente Finaosta- Questa è una domanda a cui è difficile dare una risposta. Probabilmente l’università in quanto tale non è più garanzia di lavoro. Ci sono tanti laureati, non dico troppi sono tanti perché è un’aspirazione di tutti di laurearsi. Ci sono tanti laureati in economia e commercio, tanti laureati in giurisprudenza che il mercato non riesce a recepire. Quindi bisognerebbe forse cominciare a guardarsi su delle attività magari meno eclatanti dal punto di vista del nome ma su un’attività anche imprenditoriali, nel piccolo dove si possano esprimere delle capacità. Non si fa ricchezza se la persona che si impegna in quella direzione non ha capacità di esprimersi. È chiaro che poi la ricettività del lavoro in valle è limitata perché siamo 120 mila abitanti, continuiamo ad essere 120 mila abitanti la parte imprenditoriale non è certo la parte più florida, l’unica impresa grossa è la Cogne, sappiamo le difficoltà ma non sono solo sue, e quindi il problema dell’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro è indubbiamente un problema di difficile soluzione.

Nell’ultimo report presentato dalla Camera di Commercio della Valle d’Aosta, relativo al 2011, tra le indicazioni che emergono per il futuro dell’economia vi è di fare attenzione alle opportunità lavorative che può generare la cosiddetta green economy, che non è solo legata all’energia alternativa o alle fonti rinnovabili, ma ha anche altri campi di applicazione 

Massimo Levêque – economista e curatore del report – Per realtà come quelle nostre la green economy ha un senso molto più ampio sono tutte le attività economiche che sono legate al territorio e che hanno la loro sostenibilità nel tempo. In questo senso anche l’agricoltura applicata al turismo, applicata all’attività agroalimentare è un attività che può essere collocata nella green economy. Una regione dove il turismo è così importante non può che concepire anche buona parte del proprio turismo come un turismo che riscopre le opportunità della green economy e direi anche le opportunità di lavoro che ci stanno dietro. Per esempio la filiera del legno, la filiera dell’agroalimentare ci sono realtà anche italiane che hanno fatto di risorse naturali del territorio di montagna delle importanti aziende e filiere che si sono affermate a livello nazionale dalle confetture ai salumi, non faccio i nomi di questi casi ma sono casi che per esempio in Alto Adige sono dei casi consolidati. L’idea è un pochino quella di pensare che partendo dalle opportunità che questo territorio genera, un’attenzione all’economia sostenibile, turistica, energetica e dei settori collegati tra cui anche l’agricoltura e il settore delle costruzioni con un occhio alla green economy possano avere più opportunità di crescere.

E allora “buttarsi” nel mondo agricolo, per definizione “green”, e nelle sue attività potrebbe essere una soluzione?

Giuseppe Isabellon – assessore all’Agricoltura e Risorse naturali della Regione autonoma Valle d’Aosta – Bè diciamo che prima di tutto che chi si orienta verso l’agricoltura tra virgolette non si butta. Nel senso che non è un approccio senza paracadute è un approccio consapevole che a volte a fronte di una difficoltà iniziale magari legata ad un certo concetto di questo tipo di lavoro che è un lavoro che storicamente ha vissuto dei momenti di considerazione non positiva dal punto di vista sociale, attualmente chi impronta la sua azienda non su una mono produzione ma su quello che può essere una diversificazione della sua attività quindi non solo zootecnia, non solo produzione di latte e di fontina ma anche un occhio a quello che è l’aspetto di valorizzazione dei prodotti, della vendita dei prodotti, dell’agriturismo, delle fattorie didattiche, dell’integrazione e della multifunzionalità dell’azienda con la possibilità di produrre anche erbe officinali piuttosto che piccoli frutti, piuttosto che frutta e uva. In questo caso ci può essere un’impostazione aziendale per le nostre dimensioni che può essere appetibile per la qualità della vita di chi esercita la professione di agricoltore. Io credo che per il futuro bisogna cercare di educare i nuovi agricoltori a una posizione di questo tipo, quindi una posizione socialmente accettata e addirittura una posizione che rispetto a tante altre attività sia di buona immagine. Questo è un aspetto importante per i giovani perché lo vediamo anche in ambito zootecnico l’approccio è quello della passione per esempio per la bataille des reines, per quello che da l’orgoglio per la professione che si fa. E noi dobbiamo puntare molto su questi aspetti perché storicamente paghiamo una certa considerazione che non era sempre corretta. 

Rubrica – Associazione valdostana impianti a fune

A questo punto giriamo pagina e passiamo alla rubrica sulle associazioni del turismo, in Valle d’Aosta. La protagonista di oggi è l’Associazione valdostana impianti a fune, presieduta da Ferruccio Fournier. A lui la parola per una presentazione.

Ferruccio Fournier – presidente Avif – Tra passato e presente, incominciamo dal passato. Il presente è abbastanza facile. Il passato vuole che ad un certo momento alle iniziative spontanee nate un po’ come funghi in tutta la Valle d’Aosta dovute all’entusiasmo di promotori. Erano esclusivamente privati, tutte le società di impianti a fune in Valle d’Aosta sono nate grazie all’imprenditoria privata, nessun aiuto era concesso da parte della regione, né in conto finanziamenti neppure in conto sottoscrizione azionaria. Queste sottoscrizioni azionarie sono poi arrivate parecchio tempo dopo l’avvio di queste società e vedeva la partecipazione della regione nella misura del 33%-35%. Le spese di investimento non erano rilevantissime, non parlo delle grandi funivie Cervinia e Courmayeur, ma la pluralità degli interventi consisteva soprattutto in skilift e poi in seggiovie ad attacchi fissi, seggiovia all’inizio monoposto e poi biposto. La prima è entrata in funzione nel 1968, tra le altre cose era la prima seggiovia biposto in Italia, costruita a Champoluc seguita poi da una simile seggiovia allo Chécrouit di Courmayeur. Iniziative nate in modo molto spontaneo dai frequentatori della Valle che secondo me hanno visto più una realizzazione di sogni loro, è stata più un’attività di sognatori che non un’attività di investitori, infatti ci hanno rimesso tutti i soldi, molte aziende hanno avuto un destino abbastanza triste tra le altre cose. Ad un certo punto questi imprenditori hanno trovato la necessità di valutare in forma congiunta la situazione legata al mondo dello sci, non solo naturalmente al mondo degli impianti.

Era il 1976 e nasceva l’associazione valdostana impianti a fune, che vedeva l’adesione di 39 società tra cui quattro società definite “grandi imprese” quali la Val Veny, la Cervino, la Pila e la Monte Bianco per un totale di 164 impianti di risalita.

All’epoca, la maggior parte degli impianti erano sciovie e qualche seggiovia. I costi per la loro installazione non erano onerosi e le normative non restrittive come ai giorni nostri. Non esistevano impianti per l’innevamento programmato, il momento economico era favorevole con la pratica dello sci in piena espansione.

Ferruccio Fournier – Allora dicevo questi imprenditori hanno ritenuto che fosse cosa opportuna e saggia avere un punto di contatto per valutare quali erano le situazioni, dove andava il mondo dello sci e eventualmente studiare delle azioni comuni perché ci fosse una regolamentazione un po’ più precisa. Le regolamentazioni erano riferite all’approvazione tecnica degli impianti a fune questo era il ministero, era tutto centralizzato, non c’erano degli uffici regionali. La regione non aveva ancora potuto avere la piena competenza statutaria, prevista dallo statuto del ’48 perché mancava l’attuazione delle normative, ma non esisteva niente in materia di regolamentazione delle piste di discesa e dello sci, non parlo ancora degli impianti di innevamento che sono nati molto dopo.

Io a Champoluc ho messo credo uno dei primi cannoni in Valle d’Aosta mi pare, sto andando a memoria nel 78 negli anni 80, e da lì è nata questa vicenda, non oso chiamarla avventura, forse adesso con il senno di poi può essere definita un’avventura, perché definiamo così l’avventurarsi in terreni ancora nuovi e in pieno sviluppo e chiaramente ha costituito una notevole fonte di soddisfazione perché quando dal poco, dal nulla non si può dire si è man mano sviluppato. E il settore che era visto ancora come un’appendice secondaria dell’attività economica della Valle d’Aosta adesso è diventata una delle strutture portanti dell’economia della Valle d’Aosta, riferito al settore invernale. È pur vero che gli impianti a fune in alcune località esistono anche al servizio del turismo estivo però, tanto per dare un dato, il fatturato estivo rappresenta neppure il 10% del fatturato complessivo delle aziende.

Oggi le società sono 25 con 163 impianti di risalita per un totale di 750 km di piste, 2.915 postazioni di produzione neve e una portata di circa 230.000 persone l’ora.

Il fatturato dell’AVIF riferito all’inverno 2010/2011, è stato di 63 milioni e 600 mila euro.

Gli economisti hanno calcolato l’effetto moltiplicatore del provento degli impianti di risalita, cioè la loro ricaduta economica sul territorio, e può oscillare da un multiplo di 6 volte e mezzo fino a 10 volte e mezzo. Dunque applicando l’effetto moltiplicatore più basso – del 6,5 – sul fatturato di 63 milioni e 600 mila euro, risulta che il giro d’affari legato agli impianti e riferito ai soli mesi invernali è circa 413 milioni di euro.

Pubblicato / aggiornato il 19/09/2021 alle 20:30
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