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L’ideologia gender è pericolosa

Quasi un centinaio di persone hanno assistito, nella serata di lunedì 9 ottobre 2024, nell’aula magna della vecchia sede dell’Università della Valle d’Aosta, all’incontro su L’ideologia gender è pericolosa, organizzato in occasione dell’Aosta Pride, in collaborazione con l’Ordine di giornalisti della Valle d’Aosta. Il titolo è quello del libro di Laura Schettini, ricercatore in Storia contemporanea presso l’Università di Padova, dove insegna anche Storia delle donne e di genere,

«L’Università deve essere un luogo aperto all’universo, a tutte le prospettive che colorano il paesaggio sociale che caratterizza la contemporaneità – ha dichiarato Angelo Benozzo, presidente del Comitato di garanzia dell’ateneo valdostano, introducendo l’ospite – raccomando di leggere questo volume, utile, chiaro e mai banale che mette in evidenza come il tema del gender, volutamente non tradotto in “genere”, è attraversato da diversi movimenti che hanno a che fare con la religione, la biologia la storia e la psicologia in un crogiolo di connessioni e di intrecci complessi».

«È compito anche dei giornalisti promuovere e divulgare sempre di più l’inclusività nel linguaggio nelle storie e nel modo di rapportarsi ai cambiamenti della società – ha aggiunto Cristina Porta, consigliere dell’Ordine dei giornalisti della Valle d’Aosta – oggi più che mai il nostro ruolo è messo in discussione dal vacillare degli aspetti democratici dei nostri Paesi. La democrazia è anche parlare di temi che per qualcuno ancora talvolta sono scomodi e nel 2024 fa un po’ sorridere dover dire che parlare di gender sia scomodo».

Angelo Benozzo e Laura Schettini
Angelo Benozzo e Laura Schettini

Laura Schettini ha parlato per circa un’ora, ripercorrendo i contenuti del suo libro, a partire dal titolo: «il progetto editoriale gioca con i luoghi comuni – ha spiegato – ed oserei dire che “L’ideologia gender è pericolosa” è forse è un auspicio, visto che se solleva tutta questa conflittualità e questa battaglia di opinioni e di posture rispetto al modo in cui pensiamo le relazioni, la famiglia, la sessualità e l’affettività, è forse è arrivato il momento di non stare più in una posizione difensiva e di fare come abbiamo fatto negli ultimi trent’anni da quando ha iniziato a circolare il sintagma sull’ideologia di gender, per cui spalle al muro ci siamo sperticati a dire che non esisteva nessun complotto e nessuna galassia che teorizzava il gender in modo sistematico».

«Tutto sommato si può recuperare da una parte il significato originario di ideologia che non è una parolaccia – ha continuato la ricercatrice dell’Università di Padova – perché al di là delle degli approdi e dell’evoluzione del pensiero politico novecentesco, il termine “ideologia”, da dizionario, rappresenta il complesso delle opinioni e dei valori che connota un gruppo più o meno largo, a seconda di quale sia la scala presa in considerazione. Quindi recupererei il significato originario del termine, inteso come espressione di un universo di valori e comunque “gender” non è una parolaccia, non è qualcosa da cui prendere le distanze, qualcosa da rinnegare o da invisibilizzare. Siamo arrivati a una fase storica in cui serenamente possiamo dire che ci sono opinioni discordanti su quello che pensiamo che siano e che debbano essere le famiglie, gli aggregati domestici, le relazioni, l’affettività, le relazioni, anche intergenerazionali, e non solo tra pari orizzontali, modelli sessuali, orientamenti sessuali e penso che questa sia una cultura delle relazioni che vada rivendicata».

Il pubblico presente all'incontro con Laura Schettini
Il pubblico presente all’incontro con Laura Schettini

Laura Schettini ha anche parlato dell’uso dell’linguaggio inclusivo: «questa polemica viene ripetutamente e continuamente evocata da certa stampa e da certi osservatori come una questione futile, che non mette sul piatto quelle che sono le vere necessità della popolazione, ma si occupa di castronerie – ha analizzato – la contestazione del linguaggio sessista è anch’essa una questione storica. Alma Sabatini è stata una linguista che a metà degli anni ’80 aveva goduto di una copertura istituzionale per fare un’indagine sul sessismo nella lingua italiana da cui è disceso un rapporto e varie pubblicazioni che interrogavano la lingua italiana per vedere non solo come il linguaggio riproduce il sessismo ma come lo produce. Il linguaggio, ci dicono le linguiste, non è affatto qualcosa che è solo lo specchio della realtà, ma è un’azione, qualcosa che ha degli effetti anche corporei nella vita delle persone. Il linguaggio chiude gli orizzonti di possibilità, se una bambina viene cresciuta e non ha mai sentito la parola “chirurgo” declinata al femminile o “politico”, “deputato”, “sindaco”, “avvocato”, in qualche modo restringe l’orizzonte delle possibilità dello spingersi in avanti che è anche quel processo di costruzione delle proprie esistenze, oltre al fatto che non essere mai nominati che produce una sorta di depotenziamento della propria soggettività, per cui si è continuamente escluse o esclusi dalla realtà che viene nominata».

«Quella critica che venne mossa a fine anni ’70 ad inizio anni 80 al sessismo nelle lingue nazionali – ha proseguito – è un’operazione che è stata fatta in Italia, ma di identica matrice si è avuta in Francia e anche nei Paesi anglofoni, era una critica che metteva al centro anche un elemento significativo, evidenziato che mancava il femminile per tutta una serie di professioni e questo non era casuale, mentre non sono mai mancate le parole “serva”, “prostituta”, “domestica”, “lavandaia”, che restituivano l’umiltà dei lavori e anche diciamo l’esistenza di un rango al femminile. Le linguiste negli anni ’80 e chiedevano una riformulazione della lingua e persino l’Accademia della Crusca ci dice che la lingua non è qualcosa di statico ma è cambiata nel tempo, Dopotutto anche le lingue nazionali sono soggette ai rapporti di potere ed alle convenzioni di una società. È stato deciso a monte che diverse parole non andavano più utilizzate perché considerate razziste e dispregiative e sono state espulse almeno dal linguaggio convenzionale perché ritenute come dire inappropriate e perché erano cambiati i rapporti sociali, per cui ad esempio “negro” non sta più bene dirlo, tralasciando il fatto che ci sono magari dei soggetti che scelgono di usare questa parola così come ci sono altri contesti che scelgono di utilizzare la parola “frocio”, che era un insulto, ma ribaltandone il senso. Questo è testimonianza del fatto che la lingua nazionale non è qualcosa di immobile, di granitico ma è qualcosa che cambia nel tempo e che risponde anche alle richieste di riconoscimento dei soggetti».

Laura Schettini durante l'incontro ad Aosta
Laura Schettini durante l’incontro ad Aosta

«Io credo che questo sia il grado zero da cui partire – ha ribadito Laura Schettini – oggi ci sono, soprattutto tra le nuove generazioni, delle domande forti di riconoscimento nella lingua del non binarismo, perché questa pretesa di riconoscimento va presa sul serio e non è solo linguistica ma passa attraverso la lingua ed interroga molte altre dimensioni del nostro vivere sociale. Non sono quale sarà la soluzione ideale ma l’adozione del femminile che quarant’anni fa sembrava veramente una bestemmia per alcuni ambienti sociali, per cui c’era una resistenza fortissima anche a non usare il maschile sovraesteso, è una pratica che in qualche modo sta prendendo piede nel corso del tempo».

Pubblicato / aggiornato il 08/10/2024 alle 16:57
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Categoria: Cultura / Video