Lévêque: un anno di Covid in VdA attraverso i numeri
(©bobine.tv) -
Massimo Lévêque
Dopo la prima ondata Covid e prima della seconda, le autorità incaricate della gestione dell’emergenza hanno effettuato un’analisi sull’efficacia delle azioni poste in essere per contenere il contagio (visto che non risultano, a livello nazionale, analisi di impatto né precedenti né successive sulle diverse misure di contrasto decise nel tempo)?
È stato preso in considerazione che non è stato il così detto “allentamento estivo” la causa della seconda ondata quanto piuttosto la concomitanza fra ripresa lavorativa e scolastica e appuntamenti elettorali? Si può dare ragione del fatto che, all’interno delle Rsa, le conseguenze a carico degli ospiti della prima e della seconda ondata sono state sostanzialmente identiche?
Sono alcuni fra i quesiti che l’economista Massimo Lévêque si è posto e ai quali ha cercato risposta trasformando un anno di “dati di giornata” in un’analisi basata su statistiche organiche, dedicate ai vari aspetti della pandemia.
A poco più di un anno dalla dichiarazione dello “stato di emergenza” per il coronavirus (31 gennaio 2020) e a poco meno di un anno dall’individuazione del “paziente uno” in Italia (21 febbraio 2020) ha raccolto dati e informazioni in una relazione che fotografa la situazione ed evidenzia alcune disomogeneità della situazione valdostana rispetto al resto del Paese e/o rispetto ad altri territori alpini.
Questo testo, che pubblichiamo in esclusiva, è propedeutico a un secondo, nel quale la situazione sarà analizzata nelle sue implicazioni economiche.
La situazione è cristallizzata alla data del 7 febbraio 2021 e Lévêque rileva una serie di aspetti. In primis che la seconda ondata è stata caratterizzata da numeri assoluti assai maggiori rispetto alla prima (più positivi, più morti, più guariti). Eppure si aveva l’esperienza della primavera 2020 e quanto è accaduto appare poco comprensibile nonché poco accettabile (se di considera anche il costo di un paziente Covid che, a seconda della complessità delle cure, varia dai 9 ai 22mila euro).
Altro dato di rilievo per la Valle d’Aosta è il numero di decessi fra i pazienti non ospedalizzati. Anche perché non paiono riconducibili a decessi all’interno delle pareti domestiche quanto piuttosto in RSA.
I numeri mostrano che la Valle d’Aosta ha avuto un tasso di morbosità (numero di casi di malattia in rapporto alla popolazione) inferiore solo a quello della Provincia autonoma di Bolzano; un tasso di morbilità (numero di casi di malattia in rapporto al numero complessivo di persone prese in esame) superiore a quello italiano ma inferiore a quello di Piemonte e Lombardia; il tasso di mortalità (numero di decessi in un dato periodo e in una data area in rapporto alla media della popolazione dell’area stessa) più elevato fra quello italiano, piemontese, lombardo e altoatesino; il tasso di letalità (numero di decessi per una data malattia, in un dato periodo e in una data area, in rapporto al totale delle persone colpite dalla malattia nell’area stessa) più elevato rispetto a tutti i territori a confronto.
Tutto ciò può far sospettare un problema nell’adozione o nell’applicazione dei protocolli terapeutici? «Se riguardo alla prima fase, errori o inefficienze del sistema possono essere attribuibili, oltre che al fenomeno nuovo e inaspettato “coronavirus”, a responsabilità a vario titolo di “chi c’era prima” (ad esempio la mancanza di piani pandemici aggiornati nazionale e regionali o il progressivo depauperamento delle strutture di sanità territoriale), lo stesso non può dirsi riguardo alla seconda quando, se responsabilità vi sono, sono da imputare a chi c’era “in quel momento” e nei mesi precedenti, a livello statale come a livello regionale», conclude Lévêque.
Un ragionamento dunque s’impone perché, come si vedrà nella seconda parte della ricerca, l’impatti del Covid sull’economia regionale sarà devastante e non se ne sono viste che le prime avvisaglie.
Allegati
Pubblicato / aggiornato
il 26/03/2021 alle 13:35
Categoria:
Salute