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Progetto Nodes-spoke 4: per una montagna digitale e sostenibile

Progetto Nodes-spoke 4: per una montagna digitale e sostenibile (©Angelo Musumarra per bobine.tv) - La copertina del convegno su Nodes

Il progetto triennale Nodes – Nord ovest digitale e sostenibile, selezionato dal Ministero dell’Università nell’ambito degli investimenti previsti dal Pnrr, aveva una dotazione finanziaria di 112 milioni di euro con l’obiettivo di portare ricadute sui territori di Piemonte, Valle d’Aosta e sulle province più occidentali della Lombardia (Como, Varese e Pavia). Di questi 15 milioni di euro erano dedicati ad attività di ricerca e bandi a cascata a favore delle regioni del sud del Paese. Si tratta di uno degli undici ecosistemi dell’Innovazione che il Ministero ha individuato per supportare la crescita sostenibile e inclusiva dei territori di riferimento.

L’obiettivo del progetto, che doveva concludersi in tre anni, era la creazione di filiere di ricerca e industriali in sette ambiti legati alla vocazione imprenditoriale del nostro territorio:

  • industria 4.0. per la mobilità sostenibile e l’aerospazio;
  • sostenibilità industriale e green technologies;
  • industria del turismo e cultura;
  • montagna digitale e sostenibile;
  • industria della salute e silver economy;
  • agroindustria primaria e secondaria.

Gli obiettivi del progetto

Il progetto si proponeva di sostenere l’innovazione su traiettorie tecnologiche a elevato potenziale per sviluppare da un lato nuovi prodotti e processi nelle Pmi esistenti, stimolando processi di valorizzazione della ricerca e di trasferimento tecnologico e aumentandone la competitività anche a livello internazionale e dall’altro di favorire la nascita di startup e spin-off negli ambiti individuati, attraendo risorse economiche aggiuntive da fondi di Venture capital.

Il progetto Nodes è iniziato il 1° ottobre 2022 con l’avvio delle attività di ricerca e di progettazione delle azioni di trasferimento tecnologico, accelerazione e formazione per le imprese e nuovi talenti. Da subito sono partiti i lavori di definizione delle traiettorie di sviluppo industriale sui sette ambiti sulle quali l’ecosistema intende stimolare e supportare percorsi di innovazione in grado di aumentare la competitività del territorio. Un contributo nella definizione è già stato raccolto dal coinvolgimento degli stakeholder territoriali rappresentati dell’industria, finanza privata, Pubblica amministrazione locale e società civile.

I sette spoke di Nodes
I sette spoke di Nodes

Il soggetto attuatore cui spettava la gestione e il monitoraggio dei risultati e dell’impatto, era la società Nodes Scarl, costituita a tale scopo da tutte università pubbliche del territorio: Politecnico di Torino, Università degli Studi di Torino, Università del Piemonte Orientale, Università degli Studi dell’Insubria, Università degli Studi di Pavia e Università della Valle d’Aosta.
I soggetti realizzatori erano denominati spoke ed erano coordinati dalle stesse Università che hanno costituito l’hub, unitamente all’Università di Scienze Gastronomiche. L’iniziativa nel suo complesso vede il coinvolgimento di 24 partner pubblici e privati.

Erano 35,5 milioni di euro i fondi dedicati ai bandi a cascata per le imprese per sostenere le loro attività di ricerca e innovazione:

  • 25,3 milioni di euro sono i fondi per progetti di ricerca e sviluppo, presentati dalle imprese, anche in collaborazione, del territorio Nord-Ovest e in parte dalle imprese del Mezzogiorno;
  • 10,2 milioni di euro i fondi per facilitare accesso delle start-up e Pmi a servizi di supporto rivolti a promuovere investimenti strategici in attività di innovazione di prodotti, servizi o processi e ad accelerare lo sviluppo delle imprese innovative.

I bandi a cascata per le imprese sono stati emanati dagli Spoke, gli Atenei pubblici del territorio di Nodes, con una collaborazione istituzionale con Unioncamere Piemonte rivolta ad aumentare la competitività delle imprese. In virtù della piattaforma a livello nazionale webtelemaco.infocamere.it utilizzata dal mondo delle imprese, Unioncamere Piemonte ha supportato la gestione dei bandi.
A questi fondi si sono aggiunti 5.8 milioni di euro per sostenere progetti di Proof of Concept (PoC) proposti da ricercatori che intendono valorizzare i risultati della propria ricerca verso lo sfruttamento commerciale, favorendone il trasferimento alle imprese e la costituzione di nuove realtà imprenditoriali e più di 2 milioni di euro per formare nuovi talenti attraverso il dottorato di ricerca in ottica industriale con percorsi di inserimento nel mondo produttivo.

La presentazione del progetto

Lunedì 17 aprile 2023 sono stati presentati i bandi di finanziamento del progetto Nodes – Nord Ovest Digitale. Lo Spoke 4 Montagna digitale e sostenibile promuoveva l’utilizzo delle tecnologie digitali per migliorare le performance e la sostenibilità delle imprese localizzate in aree montane ed è coordinato dall’Università della Valle d’Aosta.
Lo Spoke 4, eran formato da tre atenei: Università della Valle d’Aosta (capofila), Università degli Studi di Torino e Politecnico di Torino e da due centri di ricerca, Fondazione Montagna Sicura e Fondazione Links, ed ha come oggetto la Montagna digitale e sostenibile offrendo soluzioni, dispositivi, strumenti e servizi IT finalizzati a tre macro-ambiti di intervento:

  • remote working;
  • gestione delle risorse e delle infrastrutture idriche in ambiente montano;
  • rigenerazione partecipata dei territori montani nell’ambito del turismo, della protezione ambientale, della gestione della filiera del legno, dei trasporti e dell’istruzione.

I bandi presentati nell’incontro erano rivolti alle imprese del territorio di Piemonte, Valle d’Aosta e Province di Como, Varese e Pavia.

I numeri di Nodes
I numeri di Nodes

Bandi a cascata per le imprese (linea A e B)

Per la linea B, la dotazione complessiva ammontava a 10,2 milioni di euro a valere sui fondi Pnrr di Nodes. Possono partecipare le start up e le Pmi singolarmente. I servizi presentati con un importo fra 15mila e 80mila euro, per la durata massima di 12 mesi, realizzati nel territorio dell’ecosistema Nodes. Si trattava di un contributo a fondo perduto, intensità massima è del 50% sulle spese ammissibili, con un importo massimo concedibile pari a 60mila euro.

Per la linea A, con una dotazione finanziaria di 2.200.000 euro, intendeva promuovere proposte progettuali coerenti con le tematiche di ricerca e innovazione dello spoke e con la strategia di specializzazione intelligente (S3) delle regioni coinvolte.
Le proposte progettuali hanno riguardato i temi di ricerca e innovazione proposti dallo Spoke 4 ovvero il supporto alle attività nell’ambito del remote working, la gestione delle risorse e delle infrastrutture energetiche e idriche in ambiente montano e la rigenerazione partecipata dei territori montani nell’ambito del turismo, della protezione ambientale e della gestione dei rischi climatici, della filiera del legno, dei trasporti e dell’istruzione.
I progetti presentati dovevano avere un importo tra 100mila e 600mila euro, una durata massima di 18 mesi ed essere realizzati nel territorio dell’ecosistema Nodes.

Erano state fissate due finestre per presentare i progetti:

  • fino al 16 giugno 2023;
  • dal 1° settembre al 31 ottobre 2023.

La presentazione doveva avvenire attraverso la piattaforma apposita.

Bando PoC Accademici

I progetti di Proof of concept (PoC), presentati da gruppi di ricercatori universitari per valorizzare i risultati della propria ricerca verso lo sfruttamento commerciale, rappresentavano un modo affinché il mondo dell’istruzione incontrasse quello dell’Amministrazione pubblica. Con una dotazione finanziaria complessiva di 751.994 euro, le proposte dovevano essere coerenti con le tematiche di ricerca e innovazione dello spoke 4 e con la strategia di specializzazione intelligente delle regioni coinvolte e quindi il supporto alle attività nell’ambito del remote working, la gestione delle risorse e delle infrastrutture energetiche e idriche in ambiente montano e la rigenerazione partecipata dei territori montani nell’ambito del turismo, della protezione ambientale e della gestione dei rischi climatici, della filiera del legno, dei trasporti e dell’istruzione.

Per l’anno 2023/2024, alcuni corsi hanno riguardato:

  • innovazioni digitali nel monitoraggio di pendii, frane e commesse opere di protezione, in ambito montano;
  • master in management delle Pmi (300 ore) fornendo contenuti rivolti alla formazione manageriale ed a rafforzare le competenze trasversali di base dei manager.

Un convegno sui risultati del progetto

Martedì 10 giugno 2025, a poco più di sei mesi dalla conclusione del progetto, prevista per il 31 dicembre, all’Università della Valle d’Aosta si è svolto il convegno pubblico Nodes per la montagna digitale e sostenibile, che riprende gli obiettivi dello spoke 4, coordinato da Marco Alderighi, già docente dell’Ateneo valdostano, attuale ordinario di economia applicata alla Statale di Milano, responsabile scientifico di Nodes.
I vari gruppi di ricerca, dopo essersi ritrovati al mattino in una riunione riservata, nel pomeriggio hanno presentato alcuni progetti, seguiti da alcuni imprenditori valdostani che hanno raccontato la loro visione dell’evoluzione economica della Valle d’Aosta nei prossimi dieci anni.

L'aula dell'Università della Valle d'Aosta che ha accolto il convegno su Nodes
L’aula dell’Università della Valle d’Aosta che ha accolto il convegno su Nodes

Gli interventi istituzionali

Ad aprire i lavori pomeridiani è stata la rettore Manuela Ceretta: «è forse prematuro immaginare di fare un bilancio sui risultati dei finanziamenti Pnrr – ha dichiarato – che necessita di competenze e di una distanza temporale che oggi ancora non possediamo. Ma questo progetto ha già conseguito almeno due risultati, il primo è stato quello di incentivare, quasi obbligare le Università a fare rete in maniera più estesa insieme ai territori di riferimento così da rappresentazione quel motore di innovazione sociale ed economica e di produzione del benessere. Il secondo risultato, non meno importante, è stato quello di mettere in moto un capitale di immaginazione creativa che è servito per pensare i progetti, a calarli e a dar loro gambe. Molta immaginazione è servita anche nel prevedere tutta una serie di regole amministrative che le Università sono state chiamate, per la prima volta, a mettere a terra, confrontandosi con il nuovo assoluto. È stato uno sforzo che ha conoscenze e competenze e anche nell’atto amministrativo».

«In questa fase ormai prossima alla conclusione progettuale possiamo già constatare dei risultati tangibili – ha confermato Jean-Pierre Guichardaz, assessore regionale ai beni e attività culturali, sistema educativo e politiche per le relazioni intergenerazionali della Regione autonoma Valle d’Aosta – perché sono stati nel frattempo prodotti degli strumenti, delle app, degli spin-off, delle collaborazioni pubblico-private interessanti ed un lavoro condiviso che ha saputo tenere insieme visione e cooperatività. Mi preme sottolineare il metodo che ha guidato questo progetto, di cui abbiamo parlato lungamente anche nei Consigli dell’Università, la capacità di costruire relazioni intelligenti e responsabili tra attori diversi, in un’ottica non solo tecnologica ma anche sociale e culturale, un ecosistema che genera un valore condiviso che unisce ricerca, tecnologia e cittadinanza al servizio della coesione e della qualità della vita».

«Nella nostra regione la ricerca deve porre la sua massima attenzione sulle potenzialità da valorizzare e sfruttare per diventare monitorata gestita e più sicura – ha aggiunto Renzo Testolin, presidente della Regione – per potersi porre come punto di riferimento a livello turistico, ma anche di attrattività a 360°, in un luogo dove ci sia la massima accessibilità e la massima attenzione alla risorsa uomo e anche all’elemento umano. In questo senso la collaborazione che si è instaurata con altri Atenei e che ha coinvolto molti ricercatori con tutte le difficoltà che l’articolazione di questi progetti molte volte mettono in campo, è qualcosa di estremamente importante».

Lo stato di avanzamento di Nodes

Lo stato di avanzamento del progetto è stato relazionato da Elisa Copertino dell’Hub Nodes, in sostituzione del direttore generale, Chiara Ferroni: «il progetto ha una durata di 36 mesi – ha raccontato – siamo ora entrati nell’ultimo semestre ed abbiamo svolto attività per un valore complessivo di 113 milioni di euro. L’ambizione è quello di creare o accelerare la creazione di filiere di ricerca e industriali per far lavorare insieme tutto il comparto dell’innovazione, focalizzandosi sulle specializzazioni dei nostri territori di riferimento. Il progetto si è sviluppato su sette spoke a capo dei quali è stato identificato, come guida, un Ateneo del territorio ma compagini progettuali hanno interessato in maniera trasversale la partecipazione di tutti gli altri Atenei coinvolti e quindi è un progetto molto complesso che ha visto la partecipazione di moltissimi partner».

Elisa Copertino dell'Hub Nodes mentre racconta i numeri del progetto
Elisa Copertino dell’Hub Nodes mentre racconta i numeri del progetto

Nello specifico, i 112 milioni e 900mila euro di Nodes hanno coinvolto 617 ricercatori e professionisti dell’innovazione, portando a 491 nuove assunzioni in sei Atenei, sei poli di innovazione, sei centri di ricerca, tre incubatori, un acceleratore ed un competence center. Le imprese e l’innovazione hanno impegnato 36,6 milioni di euro, le nuove imprenditorialità 5,7 milioni e i dottorati industriali 1,3 milioni. Nei 31 mesi di attività di Nodes gli anni/uomo impegnati nella ricerca sono stati stimati in 375, con 403 pubblicazioni e 176 programmi di di training da parte degli atenei per oltre 4.500 ore di formazione e offerte in master che sono stati poi istituzionalizzati in corsi di laurea che prima non esistevano.
I PoC industriali sono stati 310, di cui 183 realizzati da aziende, per 56,1 milioni di euro, di cui 36,5 milioni finanziati da Nodes, mentre 61 sono stati quelli accademici, per 5,7 milioni di euro provenienti da Nodes e 23 i progetti di ricerca industriale, per 1,89 milioni di euro di cui 1,31 milioni da Nodes: «l’innovazione ha cubato 43,2 milioni di euro – ha sottolineato Elisa Copertino – di cui 27,9 milioni finanziati da Nodes. Ogni euro investito ha richiesto anche un cofinanziamento da parte delle imprese, quindi la ricaduta sul territorio è stata molto più importante. Ci sono altri dati sulle start-up che stanno nascendo, gli spin-off, i brevetti in corso di deposito, tutte informazioni che avremo nei prossimi mesi. Stiamo portando avanti una un’attività di misurazione dell’impatto per capire sul lungo termine come potranno essere valutate e raccontate le ricadute di questo progetto».

Anna Osello, docente del Dipartimento di ingegneria strutturale, edile e geotecnica del Politecnico di Torino ha quindi presentato i numeri aggiornati dello spoke 4, dove sono stati finanziati venti progetti per 7 milioni di euro, di cui quattro da Nodes, e 3 milioni cofinanziati dalle aziende, coinvolgendo 36 imprese sul territorio e 33 professori universitari che hanno lavorato sul territorio, come previsto dal bando, per 300 mesi/uomo: «per qualcuno è stata una continuazione di abitudine – ha commentato – per qualcun altro una novità da perpetuare nel tempo perché questo porta sicuramente dei benefici a tutti. Sono state prodotte 66 pubblicazioni, ma al termine del progetto ne arriveranno altre, ma stiamo già adesso rispettando tutti i parametri. Sono stati depositati due brevetti, sono in fase di sviluppo due piattaforme specifiche, e sono state finanziati due dottorati industriali, ed è stato avviato un monitoraggio delle carriere dei giovani che in questi anni hanno lavorato sul progetto Nodes per capire cosa hanno imparato, qual è stata l’opportunità su questo progetto e dove stanno si stanno collocando, visto che loro sono la nostra speranza e il nostro futuro».

La ripartizione dei fondi spesi per Nodes
La ripartizione dei fondi spesi per Nodes

La “montagna digitale e sostenibile”

Sono stati quindi Marco Alderighi e i ricercatori Silvana Dalmazzone dell’Università di Torino e Francesco Laio del Politecnico di Torino, a spiegare le loro le prospettive future per una montagna digitale e sostenibile.
«Con il progetto bandiera “Interface” ci siamo chiesti che cosa caratterizza, rispetto al passato, i territori montani dal punto di vista socio-economico e che futuro possano avere – ha specificato Silvana Dalmazzone – c’è stata una grande evoluzione ma i territori montani hanno acquisito nel corso degli ultimi decenni i caratteri delle aree marginali quelle lontani dalle aree metropolitane, mentre abbiamo assistito ad una concentrazione delle attività economiche e sociali intorno alle aree metropolitane. Questo ha prodotto una serie cambiamenti demografici ed economici, nelle attività prevalenti ed anche una certa divaricazione fra certe aree territoriali montane che si sono caratterizzate da un tipo di sviluppo di sviluppo socio-economico legato al turismo, mentre le altre hanno perso le attività tradizionali e hanno visto uno spopolamento decisamente importante negli ultimi decenni. Il senso di Nodes è stato anche quello di interrogarsi sulle ragioni dello spopolamento e offrendo le proprie risorse, consentire ai territori di avere voce e quindi di incontrarsi, dialogare, raccogliere informazioni e trovare un modo di esprimere i propri bisogni. In realtà siamo ancora nel vivo, non è ancora concluso per noi l’impegno di generare informazioni che non erano scontate, facendo parlare i territori. Quello che emerge è che i territori montani in comune hanno l’altitudine ma presentano un sacco di differenze. Oltre alla Valle d’Aosta abbiamo lavorato moltissimo anche sul Piemonte, sulle valli valdesi, su altre valli delle montagne piemontesi e ci sono forti differenze fra Valle d’Aosta e Piemonte e fra le stesse valli del Piemonte».

«Negli ultimi anni ci sono aree turistiche che hanno visto uno sfruttamento non sempre sostenibile – ha continuato la ricercatrice dell’Università di Torino – e che adesso stanno soffrendo gli effetti del cambiamento climatico sul turismo invernale, mentre in altre aree si sono verificati dei cambiamenti importanti in termini di nuovi abitanti. Se negli scorsi decenni c’è stato uno spopolamento da parte di chi cerca modi di vivere che offrano possibilità lavorative, educative con scuole di qualità per i figli, maggiore accessibilità ai servizi sanitari e a tutti gli altri servizi, ora stiamo assistendo a forme di migrazione inversa verso le montagne da parte di nuovi abitanti. Questi sono abbastanza di nicchia, cittadini che non necessariamente “tornano” ma che “vanno” in montagna, perché non sono originari ma decidono di lasciare la città e di cercare una vita di qualità, anche grazie alla possibilità, più di prima, di lavorare a distanza quindi di non avere orari e spostamenti quotidiani grazie a progetti innovativi, visto che la tecnologia oggi ci consente di vivere in un altro modo le aree marginali. Nei territori montani dove sta succedendo questo si stanno creando delle comunità che si aprono perché mettono insieme negli stessi ambiti persone e famiglie con visioni diverse fra loro e questo contamina, crea nuove idee e la possibilità di pensare a degli sviluppi, magari più partecipativi, con una visione più orientata al futuro e all’idea che le attività e il modo di gestire il territorio di montagna non debba per forza essere sempre lo stesso».

Il pubblico interagisce sulla montagna digitale e sostenibile con Francesco Laio, Marco Alderighi e Silvana Dalmazzone
Il pubblico interagisce sulla montagna digitale e sostenibile con Francesco Laio, Marco Alderighi e Silvana Dalmazzone

«Noi abbiamo inizialmente ragionato tanto sul fatto di essere attrattivi verso nuove imprese e così via – ha aggiunto Marco Alderighi – ma perché non pensare di attrarre anche persone e lavoratori? Alla fine la ricchezza di un territorio non è generata solo dalle imprese ma dai lavoratori che potrebbero, grazie al lavoro remoto, godersi le bellezze del territorio. Sappiamo che negli ultimi anni molte persone hanno guardato ai territori montani prima durante la pandemia e poi per il surriscaldamento climatico, alla ricerca di risorse specifiche come l’acqua, il sole e l’aria pulita, che stanno diventando scarse. Io vedo la capacità dei territori montani di attirare e trattenere persone, di creare contaminazione generando una nuova e importante centralità».

«Per le aree montane il tema della sostenibilità è particolarmente interessante – ha ribadito Francesco Laose per definizione sono sottoposte ad una minore pressione antropica e l’ottenimento della sostenibilità ambientale potrebbe essere più facile rispetto ad altre aree urbane, sembrando aree fortunate dove si può lavorare più facilmente, dall’altra parte però sono anche aree che stanno dimostrando una grandissima fragilità. La frequenza con cui eventi alluvionali arrivano proprio su aree montane e pedemontane è decisamente esacerbata dai fenomeni del cambiamento climatico. Siamo in una situazione cosiddetta “high risk, high gain”, grandi opportunità ma anche grandi rischi e sono situazioni nelle quali le modalità di gestione del territorio e delle risorse sono da guardare con grande attenzione e delicatezza. Se il sistema comincia ad evolvere in maniera più rapida di quanto non sia avvenuto in passato, continuare a fare sempre allo stesso modo può diventare un problema serio ed è qui che viene che entra in gioco la transizione digitale. Ci servono i dati, numeri e modelli per capire, ad esempio l’uso delle risorse idriche, come possono essere allocate utilmente, come si intersecano con la produzione energetica e come il fotovoltaico fa sta facendo saltare molte logiche produttive andando a creare dei picchi di produzione, anche imponenti in alcuni casi, e provocando così il fermo macchine di impianti idroelettrici, così come servirebbero, per esempio, sistemi di immagazzinamento dell’energia per rendere il sistema più sostenibile. Tutto questo è una transizione nella quale le aree montane possono avere un ruolo estremamente importante».

Quattro progetti di Nodes

Il primo progetto presentato è stato quello di Silvia Meschini, ricercatrice del Dipartimento di informatica dell’Università di Torino, intitolato Living Lab MAcA, per i monitoraggio delle condizioni ambientali del Museo A come Ambiente di Torino, con l’uso di sensori di temperatura, umidità, CO2 e qualità dell’aria. I dati vengono visualizzati su display educativi che mostrano ai visitatori l’impatto dell’occupazione degli spazi e delle attività su microclima.
L’obiettivo principale del progetto, è quello di sensibilizzare il pubblico sul risparmio energetico e l’uso consapevole delle risorse, trasformando il museo in uno spazio interattivo per l’educazione ambientale: «l’innovazione principale consiste nel realizzare un gemello digitale del museo, il cosiddetto digital twin – ha raccontato Silvia Meschini – in modo da poter utilizzare i dati che provengono dai sensori, non solo per il monitoraggio passivo ma anche per un un’azione proattiva, in modo da prevedere il comportamento basato sull’analisi storica dei dati rilevati dai sensori e quindi correggendo eventuali deviazioni da ciò che ci si aspetta sia sul consumo energetico sia sulla qualità del comfort ambientale. Questo sistema rappresenta un modello replicabile anche in scuole, rifugi alpini o centri culturali, offrendo un esempio concreto di digitalizzazione a servizio della sostenibilità».

I ricercatori Stefano Tedeschi, Silvia Meschini, Roberto Bosio e Maria Elena Alfano
I ricercatori Stefano Tedeschi, Silvia Meschini, Roberto Bosio e Maria Elena Alfano

Lo sviluppo di un digital twin a scala di bacino è l’obiettivo del secondo progetto, Summer, presentato da Roberto Bosio, ingegnere civile in idraulica del Politecnico di Torino, che ha progettato uno strumento di pianificazione e simulazione che, dopo aver raccolto i dati, tramite algoritmi, il cosiddetto machine learning e l’intelligenza artificiale, può creare modelli da applicare poi al gemello fisico: «è uno strumento che si basa su dati, quindi è indispensabile avere a disposizione un sistema di monitoraggio e di acquisizione dei dati vasto e capillare sul territorio – ha spiegato – che permetta al modello di funzionare in maniera coerente e fornire delle informazioni che possono essere utili per la pianificazione e la gestione del territorio. L’output del progetto per l’appunto è un è una piattaforma digitale, che si basa sostanzialmente su un sistema di visualizzazione dei dati geospaziali che permette all’utente di vedere informazioni relative agli impianti di monitoraggio installati sul territorio, tutta la parte relativa alla modellistica che attualmente sta lavorando e che sostanzialmente verrà integrata, dove saranno disponibili dati dei vari modelli in tempo reale man mano che il sistema avanza. Sostanzialmente la piattaforma si basa in particolare su due grandi modelli che sono quello della gestione delle risorse idriche ed energetiche ed una invece di simulazione dei fabbisogni energetici degli edifici, oltre a una componente più legata invece ai rischi delle potenziali interazioni tra le infrastrutture energetiche, valanghe, colate detritiche, frane e via dicendo».

I dati raccolti dalla piattaforma vengono poi analizzati nel Watershed management framework, una struttura matematica che permette la gestione integrata della risorsa idrica a scala di bacino, con l’obiettivo di minimizzare i compromessi e massimizzare le sinergie: «necessità che oggi è fondamentale più che mai – ha rimarcato Maria Elena Alfano, dottoranda in ingegneria civile e ambientale del Politecnico di Torino – perché insistono in territori montani degli usi competitivi dell’acqua che vengono accentuati a causa della variabilità e della difficoltà nel prevedere l’effettiva disponibilità della risorsa a causa del cambiamento climatico. Il caso studio l’abbiamo svolto nella Valle Orco, in Piemonte, dove ci sono sei dighe ed un nuovo acquedotto, con tre usi competitivi tra loro della risorsa idrica, quello irriguo, energetico e idropotabile. Abbiamo provato a creare uno strumento che fosse in grado di gestire questa risorsa ricavando una fotografia dell’attuale gestione dei vari invasi che non tiene minimamente conto delle connessioni e degli usi competitivi della risorsa idrica, ma che prioritizza la produzione energetica a discapito invece degli usi irrigui. Bisognerà prevedere un’ottimizzazione stocastica, integrando i servizi ecosistemici e valutando gli aspetti di regolazione e mantenimento ambientale».

Due sono stati i progetti presentati da Stefano Tedeschi, ricercatore del Dipartimento di scienze economiche e politiche dell’Università della Valle d’Aosta, integrando due strumenti innovativi per supportare l’ecosistema del lavoro da remoto in territori montani. Il primo NCS – Network of co-working spaces è una piattaforma digitale che consente la creazione e la gestione di reti locali e di co-working, facilitando il networking, la condivisione di competenze e la promozione dell’innovazione sociale, il secondo, SW-monitor – Smart working monitor, è un dispositivo plug-and-play per la monitoraggio automatico della qualità della connessione Internet, pensato per professionisti che lavorano da remoto in aree a connettività debole.
«La piattaforma NCS vuole permettere la connessione tra fornitori di spazi di co-working e potenziali fruitori di questi spazi – ha descritto Stefano Tedeschi – da un lato si potrà mettere a disposizione uno spazio per il lavoro e per il co-working in ambiente montano e dall’altra parte, chi di questi vuole usufruire di spazi vuole li può cercare, vedere quali infrastrutture sono disponibili e eventualmente prenotare, ma la piattaforma vuole promuovere la condivisione di competenze e di interessi tra chi lavora in remoto, non solo negli spazi di co-working, ma anche nelle competenze che si possono trovare scegliendo di lavorare in uno spazio piuttosto che in un altro, quelli che noi abbiamo chiamato “distretti di competenze”».

Il ricercatore dell'UniVdA Stefano Tedeschi mentre mostra l'SW-Monitor
Il ricercatore dell’UniVdA Stefano Tedeschi mentre mostra l’SW-Monitor

«Lo “Smart working monitor” è un dispositivo plug and play che permette di monitorare in autonomia la qualità della connessione a Internet – ha continuato il ricercatore dell’Ateneo valdostano – lo si attacca alla presa, lo si collega al wifi o alla rete ethernet e poi in automatico, ad intervalli regolari, monitora un insieme di parametri relativi alla quantità della connessione e, sulla base di questi parametri vengono elaborate quattro metriche che sono identificate da quattro pulsanti che, sul display del dispositivo danno una rappresentazione, da verde a rosso, della bontà della connessione per quanto riguarda quattro macro categorie di attività, la consultazione della posta, le videoconferenze e l’utilizzo basico della navigazione web, l’utilizzo di applicazioni dati in cloud e lo streaming di contenuti multimediali. È presente un pannello di controllo che permette la raccolta dei parametri monitorati che periodicamente possono essere inviati per un’analisi complessiva. Un aspetto interessante è il fatto di poter segnalare un malfunzionamento ed eventualmente poi correlarlo alla realtà con la misurazione dei vari parametri, perché magari può esserci una discrepanza tra il percepito e la condizione reale».

Il business pitch

Davanti ad un pubblico che è andato via via riducendosi, si è tornati quindi a parlare di visioni e prospettive della montagna con le valutazioni di Giorgio Munari, amministratore delegato di Monterosa Ski, Alessandro Cavaliere, amministratore delegato di Alpissima hotels group, e di Davide Dell’Innocenti, direttore commerciale di Dell’Innocenti Lamiere, mentre era assente Giuseppe Argirò, amministratore delegato di CVA.

Giorgio Munari ha ricordato che insieme a Marco Alderighi, Monterosa Ski aveva studiato in passato il modello commerciale per l’applicazione prezzo dinamico ricordando come, adesso, con un rincaro di cinque euro sul biglietto cartaceo dello skipass, il 75% degli accessi agli impianti è venduto online. Munari ha raccontato l’aspetto ambientale della gestione degli impianti di risalita, dall’uso esclusivo di energia elettrica proveniente da fonti rinnovabili, alla sperimentazione dell’Hvo artico, il gasolio prodotto da olii esausti, non ancora disponibile in Italia, fino alla gestione dei bacini per contenere l’acqua per produrre la neve artificiale e i controlli tramite laser per la gestione del manto nevoso sulle piste: «vi parlo di Valle d’Aosta, non di filosofia, noi abbiamo le piste che hanno in media 500-600 metri in più di altezza per rapporto all’Austria, e 400 metri in più per rapporto al Trentino – ha poi evidenziato – le difficoltà non sono tanto provocate dalle precipitazioni ma dall’innalzamento della temperatura, ma per la mia esperienza sopra i duemila metri non c’è ancora nessun tipo di problema. Il disfattismo che racconta che “lo sci è morto” non lo sto percependo, noi siamo sulle Alpi, sulle montagne più alte d’Europa e sicuramente sotto i 1.200 metri ci potranno essere dei problemi. Credo tra dieci anni sciare nei grossi compressori diventerà sempre più elitario perché costerà caro, ma la Valle d’Aosta, avendo dei piccoli compressori, speriamo sempre ben attrezzati, sta cercando di mantenere dei prezzi limitati per le famiglie, soprattutto per i bambini, in modo da riuscire a dare comunque lo sci ad una categoria che non potrebbe permetterselo in altri modi».

Alessandro Cavaliere, Giorgio Munari e Davide Dell'Innocenti
Alessandro Cavaliere, Giorgio Munari e Davide Dell’Innocenti

Alessandro Cavaliere ha raccontato dei cinque alberghi del gruppo di famiglia, a Courmayeur, La Thuile e ad Aosta, che offrono 250 camere e 600 posti letto, dando lavoro a 130 collaboratori ricordando «tutto il percorso e la storia imprenditoriale della mia famiglia che, in ognuno dei casi, si è mossa lungo il recupero di vecchie strutture che erano alla fine della vita e alle quali noi abbiamo dato un nuovo percorso, in alcuni casi anche proprio reinterpretandole, alcune in chiave più tradizionale, altre in maniera decisamente più moderna».
«Prima si è sottolineato il tema centrale della sostenibilità e l’uso competitivo delle risorse – ha aggiunto – è qui c’è una situazione di competitività molto grande anche nell’accesso alle opportunità imprenditoriali dove alcune destinazioni turistiche a Courmayeur, Cervinia e Champoluc sono in questo momento oggetto di forte attenzione di grandi fondi di investimento internazionali. È sicuramente interessante che arrivi la grande finanza per poter riqualificare e fare grandi investimenti, questo però porta completamente fuori gioco la piccola imprenditoria che non è in grado di competere per quelle opportunità e molto spesso c’è il rischio che questi fondi siano speculativi e quindi sul territorio in realtà ci restino molto poco».

Davide Dell’Innocenti ha ricordato l’arrivo del nonno in Valle d’Aosta, negli anni Cinquanta, dalla Toscana, esperto artigiano nella saldatura del rame e l’avvio della lattoneria nel 1975 da parte del padre, auspicando, per i prossimi anni «di continuare questo trend, come fanno tutte le aziende valdostane per poter creare benessere intorno a noi, assumendo dipendenti e mettendoli in condizioni di lavorare sempre in maniera più sicura. Questo è un gioco che va fatto insieme tutte le componenti della società, e noi ci occupiamo anche, come Gruppo giovani Confindustria, andiamo anche a diffondere nelle scuole la cultura d’impresa».

La tavola rotonda finale

Si è continuato a parlare di business e visioni anche nella tavola rotonda conclusiva sulle esigenze delle imprese di montagna, con Edy Incoletti, vice presidente di Confindustria Valle d’Aosta, Marco Riva, project manager delle Pépinières d’Entreprises di Aosta e Pont-Saint-Martin, e Fabrizio Dominici, responsabile dell’innovazione della Fondazione Links del Politecnico di Torino.

«Quanto effettivamente il lavoro in mobilità può rappresentare uno sviluppo per la nostra regione? – si è chiesto Edi Incoletti, titolare della Logic, azienda di ict e sviluppo software – queste persone portano uno sviluppo indiretto paragonabile a quello portato dai turisti, persone che spendono soldi sul territorio, incentivando le attività locali. Perché questo contributo sia significativo deve essere paragonabile a un 10-20% di quello che porta il turismo. Ad oggi il turismo fa quattro milioni di presenze l’anno ed ognuno di questi turisti in media spende 70-80 euro al giorno. I residenti ne spendono molto meno, la metà, forse un quarto e questo vuol dire che per arrivare ad una percentuale minimamente significativa, dovremmo portare almeno 5.000 persone, un numero che trovo enorme per la Valle d’Aosta. Siamo ben lontani da poter raggiungere questi numeri, soprattutto perché il telelavoro coinvolge solamente una piccola parte della popolazione».
Edy Incoletti, richiamando i problemi di mobilità della Valle d’Aosta e ribadendo la necessità di creare al più presto la seconda canna del tunnel del Monte Bianco, oltre al limite della ferrovia a binario unico, ha evidenziato che «un cavo per portare la connessione Internet costa infinitamente meno che costruire un’autostrada. Quindi è più facile dare una connettività adeguata ed incentivare un certo settore produttivo come quello tecnologico che cercare di portare qua la manifattura che richiede poi di far viaggiare dei TIR. Auspico investimenti per attirare in Valle d’Aosta ricercatori e centri di ricerca. Se un’impresa si offre di aprire un centro di ricerca credo che la politica abbia il dovere morale di far di tutto perché ciò avvenga e non ostacolarlo».

Marco Riva, Edy Incoletti, Fabrizio Dominici e Marco Alderighi
Marco Riva, Edy Incoletti, Fabrizio Dominici e Marco Alderighi

«Noi gestiamo programmi di incubazioni di impresa tipo in tutta Italia e l’incubatore italiano a San Francisco dove vediamo l’azione della Silicon valley sulle startup – ha quindi raccontato Marco Riva, project manager della Pépinières d’Entreprises, gli incubatori di impresa della Regione – continuiamo a credere che anche in un territorio come questo si possa fare innovazione e si possano creare startup. Questo è un territorio che ha le sue peculiarità perché le aree montane sono un grande laboratorio aperto per le aziende che vogliono innovare soprattutto sul tema green e della sostenibilità. Le startup sono tecnicamente degli esercizi di impresa, delle persone che vogliono portare un’innovazione molto spinta, quindi molto rischiosa. Dal 2021 ad oggi sono passate 45 startup negli incubatori valdostani, oggi ne abbiamo 20 insediate e quest’anno ne sono uscite 12, con esiti alterni, ma due startup sono state acquistate da gruppi più grandi che si localizzano comunque a Pont-Saint-Martin, quindi hanno attraversato la strada. Innovazione è uguale a rischio, quindi è normale che alcune di queste falliscano, e bisogna imparare ad avere a che fare con la parola “fallimento” perché altrimenti non innoviamo. Siamo molto preoccupati che l’intelligenza artificiale porti via il lavoro a tutti, come è successo quando il frigorifero ha portato via il lavoro al venditore di ghiaccio. Rispetto a quei tempi è cambiata la velocità con cui avvengono le trasformazioni. Il frigorifero ci ha messo cinquant’anni per entrare nelle case di tutti gli italiani, mentre ChatGPT oggi ce l’abbiamo tutti e le imprese sono costrette a capire come integrare questa roba nel loro modello di business ed è lì che dobbiamo essere veloci».

«Nodes ha rappresentato un esempio virtuoso di come si può fare sistema – ha concluso Fabrizio Dominici della Fondazione Links – non si è guardata la montagna solo come un territorio fragile ma come un laboratorio per sperimentare soluzioni che possono scalare. Le istituzioni in Valle d’Aosta non devono lasciare cadere quello che è stato generato dall’ecosistema che ha messo in rete competenze, valori e talenti. Senza le infrastrutture non si va da nessuna parte e la Valle d’Aosta lavora molto sul turismo, ma ci va una sostenibilità tra le persone che attraiamo su questo territorio non solo come turisti, ma come personale che risiede, perché le imprese restano qui. Se c’è un ecosistema intorno che vive e non possiamo trasformare questi territori semplicemente in un luogo di attrazione turistica ma deve essere mantenuto un certo equilibrio tra sostenibilità e mondo dell’impresa».

Il professor Alberto Gaggero, coordinatore scientifico di Nodes, conclude il convegno all'Università della Valle d'Aosta
Alberto Gaggero, coordinatore scientifico di Nodes, conclude il convegno all’Università della Valle d’Aosta

Pubblicato / aggiornato il 17/06/2025 alle 15:28
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Categoria: Economia e Lavoro