Valle santa Patria carnale, il nuovo libro di Andrea Désandré
Un centinaio di persone, tra cui molti esponenti del mondo culturale e politico valdostano hanno partecipato, nel pomeriggio di venerdì 27 giugno 2025, alla presentazione del volume Valle sacra Patria carnale. Fisica e metafisica del regionalismo valdostano di Andrea Désandré, che ne ha parlato con Paolo Papone e Tullio Omezzoli.
Andrea Désandré, 54 anni, è ricercatore presso l’Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in Valle d’Aosta e si è occupato di storia sociale, politica e culturale della Valle d’Aosta, tra il XVIII e il XX secolo, pubblicando poi i risultati del suo lavoro in diversi volumi, tra cui Notabili valdostani (2008), La Valle d’Aosta laica e liberale (2011), “Sotto il segno del Leone” (2015) e All’Oriente di Aosta (2021).
«Nel dicembre 2023, come Academie Saint-Anselme, avevamo organizzato un convegno di studi su monsignor Duc e sul canonico Frutaz – ha raccontato Paolo Papone, aprendo l’incontro – e Andrea aveva affrontato un tema impegnativo, la pastorale anti-massonica di monsignor Duc, e la sua è stata la relazione più teologica di tutto il convegno che ha dato veramente dei punti al clero in modo clamoroso, lasciando tutti a bocca aperta. Quando Andrea mi ha proposto di partecipare alla presentazione questo suo libro, ho capito da quale brodo di cultura era nata quella relazione ed ho capito pure che questo libro era una bella sfida e non sarebbe stata una passeggiata ma piuttosto un’arrampicata decisamente impegnativa».
«Questa lettura mi ha fatto tornare in mente il filosofo Wittgenstein, che aveva capito che noi crediamo di giocare con con le parole – ha continuato Papone – mentre in realtà sono le parole che giocano con noi, fanno un po’ come le tessere del domino, una tira l’altra, e così finiamo a parlare ed a pensare per frasi fatte, credendo di essere originali. Se tali sono i giochi del linguaggio diventerebbe fondamentale, indipendentemente da quello che si dice, dichiarare l’interesse che ci muove. Questo è il punto fondamentale perché ora non lo fa quasi nessuno e nessuno dice realmente qual è l’interesse che lo muove. Tutti ci nascondiamo dietro discorsi che suonano bene, almeno agli orecchi di quello che crediamo essere il nostro pubblico, che se poi quei discorsi vengono scritti e li legge qualcuno che appartiene ad un altro contesto, non è detto che suonino altrettanto bene. Andrea Désandré è stato bravo in questa operazione difficile di far confessare ai personaggi della storia l’interesse che li muove, ed in questo è stato un vero detective. Da vero storico non giudica i personaggi ma li fa rientrare in gioco cercando di ripresentare tutta la complessità delle situazioni. Io sono molto riconoscente ad Andrea per questo suo libro, che mi ha riconciliato con mondi di storia, di cultura e di teologia che quando li leggevo mi stufavano, perché li sentivo tanto lontani da me. La sua prospettiva innegabilmente profonda me li ha avvicinati. Certo, è cambiato molto, quasi tutto dal tempo che viene raccontato in queste pagine, però i problemi di fondo sono ancora gli stessi e tutti i tentativi di affrontarli mantengono intatto il loro valore».

«È molto importante il fatto che questo volume costituisca un tassello di un mosaico – ha aggiunto lo storico Tullio Omezzoli – Andrea lavora da vent’anni su queste tematiche e via via compone un mosaico che è sempre più organico, sempre più completo. È interessante che grazie a questi lavori di Andrea Desandré la storiografia ha finalmente toccato l’età adulta ed è uscita dal dilettantismo. Un altro motivo di grandissimo piacere è che questo nuovo approccio allo studio della storia valdostana non nasce in un contesto politico-sociale veramente nuovo. Ho avuto l’impressione che si sia dissolta la cappa ideologica sotto la quale siamo vissuti per tanti decenni. È veramente la fine di un’epoca, di un processo di cui Andrea ha raccontato l’inizio attraverso i documenti e che io ho vissuto con i miei cinque sensi e che adesso non avverto più. Questo secondo me fa sperare molto sul piano dello studio ed Andrea ha scritto queste cose non perché il clima politico sia cambiato, è un fatto di concomitanza, ma che fa ben sperare perché quando non c’è la libertà intellettuale i grandi ingegni vengono meno».
«”Valle santa Patria carnale” ha incuriosito alcuni, stupito qualcun altro ed ha persino disturbato – ha quindi spiegato al pubblico Andrea Désandré – io mi chiederei se ha ancora senso la nostra presenza qui e la vostra lì, se ha ancora senso presentare in quest’era tutta byte, touch e smart. Ha ancora senso presentare un libro di carta, scritto senza intelligenza artificiale, ma solo con la modesta intelligenza dell’autore e promosso da un un ente culturale, curato molto bene da una casa editrice e stampato da una tipografia? Saranno cambiati i mezzi, ma bene o male è da cinque secoli che la gestazione e la nascita di un libro avviene così, roba superata, insomma, vecchissima».
«Qualcuno mi chiede perché non uscire subito con l’eBook – ha proseguito l’autore – basta questi questi libri acchiappa polvere. L’eBook non è un libro è solo una delle tante evanescenze digitali alle quali abbiamo accesso ma nei confronti delle quali non possiamo instaurare nessun rapporto di possesso e quindi nessun legame. Manca il rapporto fisico con la mia copia, io un libro lo devo poter toccare, sfogliare, prima mi chiedevano di farlo annusare e quindi c’è proprio un rapporto fisico. I libri, quando noi li prendiamo in mano e li leggiamo, li viviamo, ognuno di noi li deforma a modo proprio e quelli che si sono vissuti di più sono tutti storti e conservano sempre qualcosa di noi. Umberto Eco diceva che il libro appartiene a quei miracoli della tecnologia eterna, come la ruota, il cucchiaio, la pentola, il coltello, la penna stilografica e la bicicletta che sono “cose vere”, intramontabili e che in quanto tali implicano il possesso, il legame, la relazione autentica, al contrario delle “non cose”. L’eBook è appunto una “non cosa”, vi si accede in maniera asettica, entri e esci senza lasciare traccia».

«La stessa cosa vale per i cosiddetti “social” che non sono per niente ambiti di socializzazione – ha continuato Andrea Désandré – sono delle “non società”, le digital community, i gruppi WhatsApp, sono delle “non comunità”, dei “non gruppi”, per non parlare dei siti, che sono un “non luogo”, così come sono “non luoghi” tutti quei posti senza anima, aeroporti, metropolitane, stazioni, resort, centri commerciali, fast food, dove l’unica cosa che interessa è rimanere connesso, perché tutti tutte le persone che frequentano quei “non luoghi” non ci interessano, non li conosciamo e non li vogliamo neanche conoscere. Tutte queste realtà sono antitetiche alla relazionalità umana, al concetto stesso di relazione interpersonale. Le “non cose”, i “non luoghi” e le “non comunità” che caratterizzano sempre di più le nostre vite, rispondono alla logica del transito, del temporaneo, dell’istantaneo, dell’effimero, non del legame, dell’appartenenza, dell’identità e del radicamento. Tutte quelle così lì ci abituano pian piano a diventare delle “non persone”, degli individui che sono connessi ed iperconnessi, ma sconnessi da tutto e e da tutti».
«Credo che continuare a pubblicare libri di carta e presentarli dal vivo di fronte a un pubblico sia un atto di resistenza, un modo per tentare di non cedere ai regni virtuali delle “non cose”, delle “non comunità” e dei “non luoghi” – ha ancora criticato l’autore – i grandi protagonisti di questo piccolo libro, che sono vissuti a cavallo tra l’800 e il 900, avevano saputo individuare nel loro tempo i germi del nostro tempo. Avevano denunciato con forza i pericoli della modernità, avevano intravisto le potenziali degenerazioni di cui era gravida. Con ampio anticipo avevano previsto lo sfilacciamento dei rapporti umani, la dissoluzione delle comunità tradizionali, la liquefazione di tutte le identità. Avevano previsto l’isolamento progressivo degli individui, la loro massificazione, la loro omologazione, la loro riduzione sostanzialmente a “non persone” ed avevano previsto la rottura dei legami primari che da sempre avevano costituito la persona, la famiglia, la comunità e il territorio. Questo piccolo mondo antico che è la Valle d’Aosta allora aveva molto senso ed adesso, per tanti che vivono questo luogo, è diventato un “non luogo” privo di senso. A me tocca spesso sentire che la Valle è un “cul-de-sac”, un sacco vuoto, privo di opportunità, che in Valle non c’è nulla ed, i giovani devono andarsene perché non hanno opportunità».

«Le Cassandre che sfilano in questo libro avevano previsto anche questo e se fossero qui oggi direbbero che quei refrain sono i cascami della più grande catastrofe che loro temevano e che ormai si è pienamente avverata – ha ribadito Andrea Désandré – la rottura del legame primario per eccellenza, il legame con il sovramondo, con il cielo, con il piano teologico della storia e col senso che ne deriva. Questa rottura, dal loro punto di vista, ha spinto le esistenze alla deriva, i vari Duc, Trèves, Chanoux, Stévenin e Bréan, i campioni del pensiero regionalista, ci avevano avvertiti. E noi cosa abbiamo fatto? Ii abbiamo celebrati, abbiamo eretto monumenti, abbiamo dedicato loro vie, piazze e mille pubblicazioni, ma sotto sotto li abbiamo giudicati dei retrogradi, dei bigotti, dei bacchettoni conservatori, senza forse capire fino in fondo che la loro critica della modernità era, dal loro punto di vista, almeno un progetto di salvezza. Su quel progetto hanno fondato quella cosa che noi oggi chiamiamo “regionalismo”, le cui radici sono spirituali, metafisiche, persino metastoriche, non politiche e non economiche, anche se poi prenderanno forma politico-economica, ma in origine erano appunto di carattere spirituale. Di questo parla il libro e questo è il senso del titolo».
Pubblicato / aggiornato
il 30/06/2025 alle 13:51
Categoria:
Cultura / Video