ConfCommercio: gli esercizi pubblici non sono gli untori del Covid
Graziano Dominidiato
ConfCommercio Valle d’Aosta è critica rispetto all’intensificazione dei controlli sul rispetto delle prescrizioni ani-Covid, effettuati a tappeto dalla giornata del 13 ottobre 2020.
Il decreto stabilisce che le attività dei servizi di ristorazione (fra cui bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie) sono consentite sino alle ore 24 con servizio al tavolo e sino alle ore 21 in assenza di servizio al tavolo.
Resta permessa la ristorazione con consegna a domicilio, nel rispetto delle norme igienico sanitarie previste nella fase di confezionamento e di trasporto, nonché la ristorazione da asporto, con divieto di consumazione sul posto o nelle adiacenze dopo le ore 21 e fermo restando l’obbligo di rispettare la distanza di sicurezza di almeno un metro tra le persone.
Fipe-Confcommercio Valle d’Aosta segnala che «un recente studio inglese spiega che solo il 3% dei contagi di diffondono nei locali pubblici» e quindi le risulta difficile comprendere perché «siano sempre i locali pubblici a pagare e vedersi ridurre sempre più la possibilità di proseguire l’attività».
Fipe aggiunge che l’Istituto superiore di sanità rileva che il 77,6% dei contagi, attualmente, avviene in ambito domestico e ne conclude che «ristoranti e i bar non sono tra i luoghi più pericolosi per eventuali contagi».
I dati fanno dire a Graziano Dominidiato, Presidente di Fipe-Confcommercio VdA: «Devono smetterla di considerare bar, ristoranti e esercizi pubblici untori e luoghi di propagazione contagi».
Aggiunge che «ridurre di un paio d’ore l’apertura degli esercizi pubblici, quando siano ben regolamentati, non è che possa fare una grande differenza».
Nei locali ci sono controlli rigorosi su distanziamento e dispositivi di protezione. «Noi – spiega Dominidiato – dobbiamo gestire aziende e fare i vigilantes. Il problema vero è che la politica non considera che le nostre attività generano occupazione, ricchezza e reddito e non sono solo luoghi di divertimento. Abbiamo già perso aziende che non hanno riaperto e lavoratori che sono rimasti senza lavoro. Il nostro comparto vale, in termini occupazionali, una dozzina di Casino di Saint-Vincent e una mezza dozzina di Cogne Acciai Speciali. Se la Cogne cessasse l’attività cosa succederebbe e cosa è stato fatto per salvaguardare, giustamente, i livelli occupazionali della casa da gioco? Noi non siamo da meno. Bar, ristoranti ed esercizi pubblici devono essere considerati come un’unica azienda diffusa che occupa circa 7.500 addetti; ma se chiudono 30 esercizi commerciali e si perdono un centinaio di posti di lavoro nessuno muove un dito».
Conclude Adriano Valieri, Direttore generale di Fipe-Confcommercio VdA: «Negozi e locali sono luoghi sicuri, continuare a stringere la morsa sulle imprese è non solo ingiusto, ma anche controproducente».
Pubblicato / aggiornato
il 15/10/2020 alle 11:38
Categoria:
Economia e Lavoro