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Il vaccino, unica frontiera per superare il Covid?

Venerdì 12 febbraio 2021, si è svolta la conferenza Il vaccino, unica frontiera per superare il Covid? organizzata dal Savt.

Moderata dal segretario generale del Syndicat autonome valdôtain des Travailleurs Claudio Albertinelli, è stata aperta dagli interventi del presidente della Regione autonoma Valle d’Aosta Erik Lavevaz, dell’assessore alla Sanità della Regione autonoma Valle d’Aosta Roberto Alessandro Barmasse e del direttore generale dell’Ausl VdA Angelo Pescarmona.

Aprendo l’incontro, Claudio Albertinelli ha posto l’accento sul fatto che la pandemia ha creato un problema sanitario ma un contestuale grave problema economico: «È per questo che il Savt ha deciso di organizzare una conferenza su questo tema: dobbiamo cercare in tutti i modi di intervenire e informare affinché il mondo possa tornare alla normalità, che sia anche lavorativa e di progettazione del futuro».

Il presidente Erik Lavevaz ha detto: «Ci troviamo di fronte a una sfida e speriamo di uscire presto anche da questa situazione che vede Stati e Regioni contendersi i vaccini. Tutto ciò ha anche conseguenze sulla campagna di informazione che deve essere messa in atto. La ricaduta di questa pandemia sulla storia sarà paragonabile a quella di una guerra e il vaccino sarà il ponte che permetterà di passare dal prima al dopo».

L’assessore Roberto Barmasse ha detto: «Il vaccino è la terapia più importante per conseguire l’indispensabile immunità di gregge. Fare la vaccinazione è determinante e lo è altrettanto concentrare la vaccinazione nel più breve tempo possibile per evitare le mutazioni. Le terapie con gli anticorpi monoclonali sono un’altra arma contro il Covid ma non fondamentale come i vaccini».

Il direttore Angelo Pescarmona ha affermato: «Dobbiamo avere la massima flessibilità perché le indicazioni ministeriali cambiano con frequenza e bisogna essere in grado di adeguarsi rapidamente. Il 27 dicembre abbiamo somministrato il primo vaccino; stiamo lavorando per vaccinare tutti gli operatori che – a vario titolo – frequentano l’Ospedale; abbiamo vaccinato gli ospiti delle microcomunità e gli ultranovantenni; ora stiamo individuando i soggetti fragili ai quali dare la precedenza. Siamo secondi soli alla Provincia di Bolzano come percentuale di soggetti vaccinati. All’11 febbraio, abbiamo somministrato 8.642 vaccini. Non contabilizzando i sanitari che si sono positivizzati negli ultimi quattro mesi, il 65% degli operatori sanitari è stata vaccinata. Che equivale a un po’ meno del 55% sul totale dei dipendenti. Sulla base dei flussi di dosi in arrivo, presumiamo di poter vaccinare un massimo di 700 persone ogni giorno».

Sono poi intervvenuti Marina Giulia Verardo, direttore Struttura complessa Igiene e Sanità pubblica dell’Ausl VdA, Silvia Magnani, specialista in malattie infettive e Nunzio Venturella, segretario regionale della Federazione italiana Medici di famiglia.

Maria Giulia Verardo ha spiegato la dinamica della fase primaverile e della fase autunnale-invernale del Covid in Valle d’Aosta, la seconda caratterizzata da maggior diffusività del virus. In entrambe, sono stati gli operatori sanitari e socio-assistenziali a portare il virus nelle strutture. Ha fatto notare che, quest’anno, l’influenza stagionale è stata poco presente. Ha poi aggiunto: «il vaccino non è l’unica arma, poiché restano il distanziamento, le mascherine e la disinfezione delle mani. Però, qualora non si dovesse raggiungere un livello soddisfacente di vaccinati, sarà necessario pensare a strumenti di tutela degli interessati ma anche dei loro datori di lavoro e delle persone che interagiscono con loro. Un tema difficile ma sul quale è necessario riflettere. Anche perché la paura del vaccino deve essere inferiore a quella di una polmonite interstiziale, anche in considerazione del fatto che le reazioni avverse sinora registrate non sono state significative».

Silvia Magnani ha specificato che, normalmente, i pazienti deceduti in Infettivologia erano cinque l’anno e sono diventati 255 (da sommarsi a quelli deceduti all’esterno dell’Ospedale). Ha spiegato che esistono terapie contro il Covid ma non si sono dimostrate efficaci in maniera soddisfacente. Ha aggiunto che la metà dei positivi è stato completamente asintomatici ma possono trasmettere con efficacia il virus. Le patologie associate sono l’elemento che fa aumentare la probabilità di esito mortale della malattia. Non ammalarsi diventa, di conseguenza, fondamentale. I farmaci che funzionano sul Covid sono di due tipologie: antivirali e anti infiammatori (in particolare gli anticorpi). Ha concluso: «Cardine della terapia sono l’eparina e lo steroide (che si può somministrare solo nel momento in cui il paziente diventa dispnoico)».

Nunzio Venturella ha spiegato cos’hanno fatto gli 80 medici di famiglia, durante la pandemia, ripartiti su 74 ambulatori. Ma solo il 21% dei medici è aggregato. Il rapporto che li lega ai pazienti è di fiducia. Al Covid sono state date le stesse risposte date, nel 1918, contro l’influenza Spagnola. Per poter dare risposte, nel 2021, si sarebbero dovute avere le mascherine e utilizzare le organizzazioni territoriali, che invece sono state depotenziate negli anni precedenti. «I medici devono poter dare un’assistenza h12. Diamo un’organizzazione territoriale all’interno degli ambulatori, aggregando i medici e affiancandoli con infermieri. Dobbiamo far tesoro degli errori commessi». Ha suggerito di condurre parallelamente la campagna vaccinale nei confronti degli adolescenti. Ha fatto riferimento all’Accordo integrativo regionale firmato con l’Azienda Usl per la somministrazione dei vaccini (su base volontaria) ai propri pazienti ma ha chiesto all’Ausl di non lasciare da soli i medici di medicina generale (visto che il tempo medio per la somministrazione di un vaccino è di 40 minuti, per le pratiche amministrative e legali) ma di dare loro gli strumenti per poter fare meglio, soprattutto nel contesto montano nel quale sono chiamati a operare.

Ha chiuso i lavori, in collegamento streaming, Fabrizio Pregliasco, direttore sanitario dell’Istituto Galeazzi di Milano e virologo all’Università degli Studi di Milano.
«La perfidia del virus è che è arrivato da noi molto prima del caso uno e che è stato un iceberg con numeri assoluti pesantissimi anche se con percentuali basse. L’Italia ha voluto trovare una mediazione fra il lockdown e l’accettabilità delle misure da parte dei cittadini e dell’economia. Non è facile far percepire alla popolazione, soprattutto ai giovani, che bisogna continuare a proteggersi, soprattutto evitando i contatti non essenziali. Ma una simile situazione non è sostenibile, a lungo termine. I farmaci non hanno ancora una robustezza nella loro efficacia. La vaccinazione, ai tempi dei social, diventa tifoseria ma gli studi clinici devono essere elementi di convincimento perché paragonabili (in termini di sicurezza) a quelli di altri farmaci». Ha concluso che tutti i vaccini disponibili hanno la medesima capacità di evitare le forme gravi della patologia. Ci si dovrà tuttavia abituare a richiami periodici.

Pubblicato / aggiornato il 07/10/2021 alle 14:46
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Categoria: Salute / Video