Saverio Favre presenta il libro: Memorie di vita vissuta, antichi saperi, tradizioni e credenze nell’alta Valle dell’Evançon
(©Angelo Musumarra per bobine.tv) -
Saverio Favre e il suo libro 'Memorie di vita vissuta, antichi saperi, tradizioni e credenze nell'alta Valle dell'Evançon'
È stato coniato il neologismo Alta valle d’Evançon nel nuovo libro di Saverio Favre, già insegnante e poi direttore del Brel, il Bureau régional pour l’ethnologie e la linguistique, ora confluito nell’Archivio storico regionale, volume dedicato alla civiltà contadina tradizionale nelle sue varie espressioni: «Ayas l’avevamo già utilizzato nel titolo del libro precedente [“Ayas. Antropologia di un territorio” pubblicato nel 2021. n.d.r.] e non abbiamo usato la formula “ai piedi del Monte Rosa” – spiega l’autore – perché sembra che sia dai valser e quindi poteva essere considerata una sorta di appropriazione indebita oltre ed essere già molto sfruttato come cliché. Quindi si è scelto “Alta Valle dell’Evançon”, torrente che, diviso in tre parti, almeno un terzo è nel territorio di Ayas».
Il nuovo volume, intitolato “Memorie di vita vissuta, antichi saperi, tradizioni e credenze nell’alta Valle dell’Evançon”, è stato presentato per la prima volta ad Aosta nel pomeriggio di giovedì 13 marzo 2025.
Il libro è stato ispirato da alcune ricerche svolte dagli alunni delle scuole di Ayas nell’ambito del Concours Cerlogne: «su questa base ho costruito una una ricerca molto più approfondita – racconta Saverio Favre – e il lavoro dei bambini è stato importante perché sono stati loro ad aver raccolto dalla viva voce degli ultimi depositari le testimonianze su questo mondo contadino che si stava avviando, dalla metà del secolo scorso, sul viale del tramonto, testimonianze che oggi non sarebbe più possibile ottenere perché queste persone ormai non ci sono più. Tanto più che al giorno d’oggi non c’è più la trasmissione intergenerazionale del sapere perché la televisione ed i social hanno un po’ sostituito questo ambiente familiare. Credo che sia stato importante documentare in maniera scritta questo mondo ancora molto vicino ma ormai già lontano nella memoria, dopotutto anch’io ho trascorso una vita ad intervistare persone ed ora sono anch’io un depositario di antichi saperi, tanto più che li ho approfonditi con gli studi».

Il volume racconta scorci di vita quotidiana del passato, fatti di lavoro, di relazioni sociali, di organizzazione comunitaria, di saperi ancestrali e di religiosità: «abbiamo scoperto il vecchio carnevale di Ayas che praticamente era una messa in scena di drammi di sacra rappresentazione – svela l’autore – che non c’entra niente col carnevale vero, però era stato adattato a questo questo scopo e la gente del posto si divertiva nel cimentarsi in questi ruoli un po’ insoliti. Ho anche documentato modi di dire, espressioni idiomatiche e proverbi che stanno scomparendo e che sono comunque una testimonianza molto importante, anche perché non hanno subìto le contaminazioni dell’italiano, cristallizzando formule fisse di un linguaggio molto arcaico».
Ad esempio “Dou iè n’ét pa lo réi iè djointa”, che significa “dove non ce n’è (testa) anche il re ci rimette”, per indicare che è inutile discutere con gli stupidi, o “Couéye li pettole derré lo trénc”, per “raccogliere lo sterco dietro il treno”, fare qualcosa di inutile: «poi ci sono tanti racconti di persone che non ci sono più – continua Saverio Favre – a partire dalla principale attività da sempre ha caratterizzato Ayas, i sabotier, che ormai stanno scomparendo anche loro, visto che la cooperativa che è stata costituita qualche anno fa sta languendo e non so quale futuro potrà ancora avere».
Ayas, come altre località valdostane si sta trasformando, passando da un’economia prevalentemente agricola a quella legata al turismo di massa, con tutte le conseguenze provocate dal fenomeno dell’overtourism: «dagli anni Sessanta del secolo scorso un cambiamento repentino ha frastornato la gente – ricorda Saverio Favre, che è proprio originario della località “ai piedi del Monte Rosa” – da una situazione di quasi miseria e di relativa a povertà si è passati a un periodo di facili guadagni che ha un po’ spaesato i valdostani. Tante volte si è perso anche il senso della misura, si è abbracciata la cultura del troppo, e dell’eccesso e oggi ne riportiamo le conseguenze. L’agricoltura è ormai un’attività lasciata agli ultimi di buona volontà, anche se si stanno scoprendo nuove forme di agricoltura che però non sono più quelle tradizionali».
«Il turismo eccessivo è un problema anche di Ayas che dovrebbe essere risolto – conclude Saverio Favre – però la politica non va in questa direzione, perché il guadagno è un miraggio per tutti. Si dice che bisogna potenziare il settore turistico perché è quello che garantirà l’avvenire ai nostri giovani e che preserverà la montagna dello spopolamento. Non so se questo sia vero o meno, est modus in rebus, forse bisognerebbe trovare la misura in tutte le cose. Se non altro con l’agricoltura si mangia, col resto si si guadagna, però, come dicevano i nostri vecchi, senza la materia prima neppure le galline mangiano i soldi».

Pubblicato / aggiornato
il 14/03/2025 alle 13:00
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Categoria:
Cultura