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-2 giorni alle elezioni

-2 giorni alle elezioni

Avevo dedicato un altro articolo di questa serie sulle elezioni ai budget che le varie liste hanno deciso di mettere a disposizione per la campagna elettorale regionale.

A campagna chiusa, integro con un’altra riflessione, che parte dal sostantivo disintermediazione.

Ho cercato l’aiuto di Treccani, che purtroppo si limita agli aspetti economici della disintermediazione, definendola «Eliminazione di intermediari dalla catena distributiva o dal processo di acquisizione di beni o servizi, in modo che l’offerta e la domanda possano incontrarsi direttamente, senza la mediazione di importatori, distributori, grossisti, dettaglianti, agenti commerciali e simili». Precisa anche che fattore determinante è stato lo sviluppo del commercio elettronico. Ma non fa riferimento alcuno al processo di disintermediazione in politica.

Ne parla invece Wikipedia: «Il caso italiano di disintermediazione della politica più recente è quello di Matteo Renzi che utilizza spesso i social media come piattaforma per rivolgersi direttamente ai cittadini in quanto capo di governo. Un esempio significativo avviene il 5 aprile 2016, quando il Presidente del Consiglio lancia una diretta di oltre un’ora su Facebook, e in contemporanea su Twitter, in cui risponde direttamente alle domande poste da cittadini, utilizzando l’hashtag #matteorisponde. In questo caso la disintermediazione è ulteriormente accentuata dal fatto che viene superata anche la figura intermediaria del giornalista».

Una prassi che è diventata costume anche in Valle d’Aosta, con lo sbarco massiccio sui social per un dialogo diretto con i cittadini elettori e con la pretesa, sempre più pressante, che le notizie arrivino alle testate giornalistiche con la medesima modalità. In pratica, meno comunicati stampa o messaggi diretti ma messa a disposizione delle informazioni on line. In contemporanea per giornalisti e lettori. Personalmente, la ritengo una prassi irrispettosa dei ruoli e delle professionalità.

Però poi gli stessi partiti che cavalcano la disintermediazione (e qui mi ricollego agli aspetti economici della campagna) si aspettano (se non pretendono) che le testate giornalistiche diano ampio spazio ai temi della campagna elettorale e della politica. E che lo facciano gratuitamente. Attesa peraltro deontologicamente corretta, perché un giornalista non può essere pagato per la redazione di un proprio prodotto d’intelletto se non dal suo editore.

Ma l’editore in questione, grazie a cosa lo paga il giornalista? Grazie alle vendite, agli abbonamenti e alla pubblicità. E dove sono andati i soldi per la campagna elettorale? In stampa di materiale promozionale, organizzazione di eventi, sponsorizzazione sui social network. Una componente residuale è finita nelle casse degli editori.

Il ragionamento non mi quadra. Esemplifico: per la campagna elettorale abbiamo sinora prodotto 55 video (non conto gli articoli); diciamo che ogni video comporta una media di tre ore/uomo di lavoro; diciamo che ogni ora/uomo costi 28 euro (in realtà di più, ma stiamo bassi). Questi video, che hanno portato a conoscenza dei lettori le proposte di tutte le posizioni in campo, sono costati a bobine.tv 4.620 euro (in realtà di più, perché ci sono i costi fissi di gestione e quelli delle strumentazioni oltre a quelli del personale, ma stiamo bassi). Ingressi da pubblicità elettorale: zero.

I politici si riempiono la bocca con il valore della pluralità dell’informazione. A condizione che sia qualcun altro a sopportarne il costo.

Pubblicato / aggiornato il 19/09/2020 alle 20:30
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Categoria: Politica e Amministrazione