Nella seconda puntata della terza stagione di No Wonder, il podcast che indaga i sistemi di potere che strutturano la vita quotidiana, la conduttrice ospita Claudia Casadei, sociolinguista e operatrice di un’associazione francese attiva sul tema sport e parità di genere Alice Millat. La registrazione è avvenuta a marzo 2026, a poche settimane dalla conclusione dei Giochi olimpici invernali appena proclamati i «primi giochi egualitari della storia invernale».
L’episodio prende avvio da una domanda apparentemente semplice: cosa è cambiato da quando Claudia era comparsa per la prima volta sul podcast? Allora aveva appena concluso l’università, con una specializzazione in sociolinguistica e studi di genere. Oggi lavora per un’associazione che opera in Francia e in Europa sui temi della parità nel mondo sportivo, occupandosi in particolare della formazione contro le violenze e le discriminazioni sessiste nello sport. La tesi di laurea magistrale, discussa nell’anno precedente, aveva esaminato la mediatizzazione delle atlete durante e dopo i Giochi di Parigi 2024, con un’attenzione specifica al discorso dei media francesi sui corpi delle sportive.
Il filo conduttore della conversazione è la distanza tra la narrazione istituzionale e l’esperienza concreta delle atlete. Il Comitato olimpico ha presentato i Giochi invernali 2026 come un traguardo storico: per la prima volta, il 50% degli atleti era composto da donne. Claudia riconosce che si tratta di un dato positivo, ma precisa subito che la presenza numerica non esaurisce la questione. «Simply being present at 50% is not enough», ha sintetizzato. Restano aperti problemi strutturali: alcune specialità, come la combinata alpina di sci, non erano ancora accessibili alle donne; permane una netta asimmetria nella distribuzione degli atleti tra le discipline considerate «femminili» per tradizione storica — ginnastica ritmica, nuoto artistico, pattinaggio artistico — e quelle a dominanza maschile; e soprattutto, il modo in cui i media raccontano le sportive continua a seguire schemi che la ricerca accademica documenta da decenni.
I casi studio
Il primo caso di studio proposto dalla conduttrice riguarda la pattinatrice di velocità Jutta Leerdam, che alle Olimpiadi invernali 2026 ha stabilito il record olimpico nella sua specialità. Nel momento della vittoria, il discorso mediatico e pubblico attorno a lei si è concentrato sull’aspetto fisico, ha espresso giudizi sullo stile di vita e ha innescato una controversia legata alla sua immagine come donna, mettendo in secondo piano l’eccezionalità della performance sportiva. Claudia ha inquadrato questo caso all’interno di un pattern più ampio che la sua tesi aveva analizzato: quando un’atleta vince, i media raramente parlano del lavoro che ha portato alla vittoria: gli allenamenti, i sacrifici, la preparazione, mentre si soffermano volentieri sull’aspetto fisico, sulle relazioni personali, su elementi estranei alla dimensione sportiva. Con gli atleti uomini, ha osservato, accade il contrario: le domande post-gara vertono sulla prestazione, sulla condizione fisica durante la gara, sulle sensazioni nel momento del risultato.
Il secondo caso analizzato è di natura diversa, perché non riguarda la copertura di una singola atleta ma il riconoscimento istituzionale di una squadra. La nazionale femminile statunitense di hockey sul ghiaccio ha vinto medaglie ai Giochi invernali 2026, ma il presidente degli Stati Uniti ha celebrato tempestivamente e con enfasi la squadra maschile, mentre ha ignorato o significativamente ritardato il riconoscimento delle sportive. «Non si tratta più solo di una questione di come i media presentano la cosa, ma è quasi una questione istituzionale», ha commentato Claudia, inquadrando l’episodio all’interno di una gerarchia che non è solo culturale ma politica. Lo sport, ha ricordato, nasce come oggetto politico nel Novecento, e raggiunge la sua piena dimensione politica durante la Guerra fredda tra Usa e Urss, con la ginnastica artistica come campo di battaglia simbolica per eccellenza. In questo senso, il mancato riconoscimento di un risultato femminile non è un atto neutro.
Il terzo caso tocca un terreno più delicato: quello degli atleti che scelgono di posizionarsi politicamente attraverso i propri canali social, anticipando la narrazione mediatica. Claudia ha citato la mezzofondista Nikki Hiltz, prima atleta dichiaratamente trans nella storia del campionato americano di atletica, che nelle sue comunicazioni pubbliche ringrazia sistematicamente famiglia, allenatori e compagni di allenamento, senza mai menzionare l’America o il presidente degli Stati Uniti. Un’assenza che è, in realtà, una presa di posizione. Ha aggiunto che, in un contesto politico come quello americano attuale, questo tipo di silenzi ha un peso specifico molto diverso rispetto ad anni precedenti.
La conversazione si è poi spostata sulla struttura economica che sorregge tutto il sistema. Claudia ha descritto il meccanismo come un serpente che si morde la coda: le emittenti non trasmettono lo sport femminile perché sostengono che il pubblico non lo guarda; il pubblico non lo guarda perché non viene trasmesso; le atlete faticano a trovare sponsor; e senza sponsor, la loro unica fonte di reddito finisce per dipendere dalla visibilità sui social, che a sua volta premia chi si mostra in modo più sessualizzato. Ha citato gli studi che dimostrano come, quando lo sport femminile viene effettivamente trasmesso, come è successo con l’ultima Coppa del mondo femminile di calcio: le audience esistano e siano rilevanti. Il problema, ha precisato, non è l’assenza di un pubblico, ma l’assenza di volontà di costruirlo.
Gli sponsor
Il nodo degli sponsor è emerso con particolare forza nel caso delle atlete di surf nelle grandi onde, sport in cui il corpo è molto esposto, e in quello del beach handball, dove le squadre norvegesi hanno sfidato pubblicamente la federazione rifiutandosi di indossare i costumi prescritti dal regolamento, considerati troppo succinti. Claudia ha spiegato che le atlete che si mostrano in modo meno conforme all’ideale estetico dominante faticano ad attrarre sponsor, il che le mette in una posizione economicamente vulnerabile che può tradursi in una forma di coercizione implicita. Ha distinto però tra chi sceglie di mostrarsi in un certo modo per ragioni proprie (una scelta che va rispettata) e chi è spinta a farlo dall’assenza di alternative economiche.
Alla domanda se le atlete stesse contribuiscano a perpetuare questo sistema, Claudia ha risposto evitando sia l’assoluzione collettiva sia la colpevolizzazione individuale. Ha ricordato che il sistema ideologico in cui siamo immersi non viene rimesso in discussione ogni mattina, e che non è possibile attribuire intenzioni negative a chi, dentro quel sistema, si muove seguendo le regole che il sistema ha prodotto. Il punto, ha detto, è interrogarsi su quale sistema stiamo alimentando con certi tipi di discorso, e quali violenze e discriminazioni quel sistema naturalizza.
Sul tema dei corpi, Claudia ha analizzato la pressione sulle atlete che rientrano dopo una gravidanza, costrette a tornare rapidamente alle prestazioni precedenti e a mostrare pubblicamente un corpo «recuperato», e la parallela pressione sugli atleti uomini, ai quali si chiede un fisico secco, muscolare, senza adipe visibile. Ha sottolineato che questo sistema di ideali corporei non è vantaggioso per nessuno: né per le atlete che si sentono in dovere di incarnarli, né per chi li osserva e interiorizza standard irrealistici. Ha portato come esempio un’esperienza di sensibilizzazione con dei ragazzi giovani, molti dei quali sostenevano di poter correre i 100 metri in meno di dieci secondi: il record mondiale. Un’ingenuità che, ha spiegato, nasce dal non aver mai messo il proprio corpo alla prova concreta.
La tassa Rosa
Il collegamento tra mediatizzazione dello sport femminile e consumismo è stato uno dei passaggi più analitici dell’episodio. Claudia ha descritto il fenomeno della tassa rosa applicato all’abbigliamento sportivo: i prodotti pensati per le donne tendono a essere più costosi di quelli maschili equivalenti, le donne praticano sport con più capi di abbigliamento — reggiseno sportivo, leggings, giacca — e l’industria capitalizza su questa complessità. Ha aggiunto che la mediatizzazione delle atlete serve anche a vendere prodotti alle donne non sportive, che si riconoscono nei modelli di fitness proposti e acquistano le routine, gli integratori, le scarpe, le applicazioni. Lo sport, in questo senso, diventa un vettore commerciale mascherato da empowerment.
In chiusura, Claudia ha formulato due consigli pratici. Il primo: rompere le abitudini di consumo mediatico e andare fisicamente a vedere competizioni sportive femminili. Ha raccontato di essere andata per la prima volta a una partita di pallamano femminile perché una collega era in squadra, e di essere rimasta colpita dalla forza e dalla competenza delle atlete. Ha sottolineato che vedere queste persone sudare, occupare uno spazio, avere muscoli, gareggiare per vincere, produce un effetto che nessun articolo di giornale può replicare. Il secondo consiglio: fare sport in prima persona, per acquisire la consapevolezza di quanto sia difficile fare quello che fanno gli atleti di alto livello. È solo mettendo il proprio corpo alla prova, ha concluso, che si smette di sottovalutare quello che le atlete realizzano.
No Wonder è disponibile in italiano e in inglese sulle principali piattaforme di streaming.