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Djerry Can e l’arte del burlesque nel nuovo episodio di No Wonder

Il podcast No Wonder ha dedicato il suo nuovo episodio a Djerry Can, artista di burlesque di origine francese che ha fatto del palco uno spazio di elaborazione personale e di impegno femminista. La conversazione, condotta dalla presentatrice, ha attraversato la storia artistica dell’ospite, il significato del burlesque come forma d’arte e il rapporto tra corpo, sessualizzazione e femminismo.

Djerry Can ha spiegato l’origine del suo nome d’arte: un tatuatore che stava lavorando sulla sua gamba le aveva disegnato una pin-up ispirata allo stile Sailor Jerry, e lei aveva colto nell’immagine qualcosa che la rappresentava. «Djerry Can evoca qualcosa di esplosivo», ha precisato, «e io non sono una persona molto tranquilla».

Prima di approdare al burlesque, Djerry Can ha lavorato come UX designer nell’industria digitale. Ha raccontato di aver iniziato con la pole dance, ma di non essersi mai sentita a proprio agio con la componente esplicitamente sexy di quella disciplina. «Non si trattava degli altri, riguardava me», ha spiegato. Parallelamente affrontava un disturbo alimentare e una relazione difficile con la propria immagine corporea. Il passaggio al burlesque è avvenuto quasi per caso: un’amica le ha proposto di provarci, e durante il suo primo spettacolo i copricapezzoli si sono staccati durante l’improvvisazione finale. Invece di fermarsi, ha continuato. «Non importa a nessuno, quindi continuiamo», ha ricordato di aver pensato in quel momento. Quella sera ha segnato l’inizio di una trasformazione.

Oggi il burlesque è il suo lavoro a tempo pieno. Djerry Can ha lasciato il settore digitale dopo il primo lockdown pandemico, ha frequentato per un anno una scuola di circo, esperienza che ha poi abbandonato perché troppo tecnica e seria per i suoi gusti, e ha iniziato a moltiplicare le esibizioni fino a trasformarle in una professione. I suoi numeri mescolano pole dance, elementi circensi e acrodanza, con una forte componente narrativa.

Sul rapporto tra la sua identità e il personaggio che porta sul palco, ha escluso qualsiasi separazione. «Sono io al cento per cento, sempre», ha dichiarato. La sua terapeuta, ha riferito, le ha confermato questa lettura: «Non è un personaggio nuovo, ma è la versione migliore di te stessa».

Tra i numeri che ha descritto, uno affronta direttamente il tema del disturbo alimentare. L’idea è nata dopo che qualcuno le aveva detto «sei tutta pelle e ossa»: «Non sai cosa ho passato», ha commentato. «Non sai che lotto ancora con il mio corpo quando mi guardo allo specchio». Lo spettacolo vuole trasmettere un messaggio di solidarietà verso chi vive situazioni simili. «Non siamo sole e possiamo rompere il silenzio insieme», ha aggiunto. Un altro numero si ispira alla figura di Eva biblica, rielaborata come personaggio che rivendica l’autonomia sul proprio corpo e sulle proprie scelte.

La conversazione si è soffermata a lungo sulla definizione stessa di burlesque. Djerry Can ha ricordato le radici storiche della disciplina, la parola italiana burla, la commedia dell’arte, il teatro popolare, e la sua evoluzione in America, dove la concorrenza del cinema aveva spinto gli spettacoli verso una componente sempre più spogliarellistica, fino alla nascita dello striptease. Il neo-burlesque ha recuperato la tradizione più narrativa e politica, con Dita Von Teese come figura simbolo del rilancio. «Per me non è solo danza o solo teatro», ha spiegato. «Significa trasmettere un messaggio, dare un’intenzione, un’interazione con il pubblico».

Sulla differenza tra burlesque e striptease, ha individuato nella struttura narrativa e nel teasing — l’arte di stuzzicare, di far crescere lentamente il desiderio, l’elemento che distingue le due forme. Nello striptease, ha osservato, «si arriva subito alla fine del processo». Nel burlesque la progressione è parte integrante del numero, e ogni gesto — togliersi un guanto, sflarsi una gonna — deve avere una funzione drammaturgica. In uno dei suoi numeri si sfila la gonna e si frusta con quella: «È il momento in cui dico: ne ho abbastanza di lavorare».

Sul tema della sessualizzazione, Djerry Can ha adottato una posizione pragmatica. Ha dichiarato di non sentirsi disturbata se qualcuno nel pubblico la percepisce in chiave sessuale, ma ha precisato che la sua intenzione non è quella. «Si tratta più di energia, divertimento, qualcosa di seducente e piacevole da vedere, ma non è vissuto come qualcosa di prettamente sessuale». Ha anche sottolineato quella che ha definito una forte ipocrisia nel confronto con il fitness: «Le donne in palestra sono comunque sessualizzate, ma le persone sono più abituate a vederle lì».

Al tema del male gaze — lo sguardo maschile che sessualizza le donne — ha risposto che nella sua esperienza concreta chi scopre che fa burlesque reagisce per lo più con interesse e curiosità, non con giudizio. Sul femminismo, ha respinto l’obiezione secondo cui spogliarsi in pubblico sarebbe incompatibile con una posizione femminista. Ha citato il movimento delle Femen come esempio di come il corpo femminile possa diventare strumento di protesta e comunicazione. «Essere femminista significa essere libere, uguali e non essere giudicate per quello che indossiamo», ha affermato.

Alla domanda se si consideri una sex worker, ha risposto di no, pur riconoscendo la complessità della questione. «La cosa importante è il modo in cui mi pongo rispetto al sex work», ha precisato, definendo la propria posizione come femminista e solidale con chi lavora in quel settore, senza per questo identificarcisi.

Se domani dovesse smettere di esibirsi, ha detto di voler essere ricordata «come una ragazza che si diverte e che ha voluto comprendere i diversi paesi e i diversi punti di vista». Ha chiuso l’intervista con una riflessione sul senso del proprio lavoro: «Se riesco ad aiutare le persone, non fa bene solo a me, fa bene a tutti».

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