È stata presentata, venerdì 8 maggio 2026, la ricostruzione facciale forense dell’uomo dell’età del Rame. La presentazione, avvenuta nell’ambito della conferenza Quando l’archeologia guarda negli occhi: la ricostruzione del volto dell’uomo dell’età del Rame” ha riconsegnato, dopo quattromila anni, il volto a un individuo rinvenuto nel Dolmen II.
Il Dolmen II custodiva i resti di 39 individui – uomini, donne, bambini, neonati – sepolti nel corso di secoli, tra il IV e il II millennio a.C. Tra quei resti, tre crani recano i segni inequivocabili di una trapanazione: un intervento chirurgico praticato già in età preistorica, eseguito mediante raschiamento progressivo della scatola cranica. La rimarginazione ossea attorno alle lesioni dimostra che un individuo sopravvisse all’operazione.
Un maschio adulto, tra i 45 e i 55 anni, vissuto durante la transizione verso la cultura del Campaniforme (2500–2200 a.C.), catalogato come TII/71/P17, che portò nel cranio i segni non di una bensì di due trapanazioni superate. La sua storia è scritta nelle ossa e oggi, grazie alla scienza, ha anche un volto.
Nel 2026, il MegaMuseo ha avviato una collaborazione con Arc-Team di Trento (responsabili di progetto: Alessandro e Luca Bezzi; artista forense: Cicero Moraes) per realizzare una Forensic Facial Approximation (FFA): la stessa metodologia impiegata in ambito investigativo per il riconoscimento di individui sconosciuti, applicata qui a un cranio di quattromila anni fa.
La ricostruzione è stata condotta interamente in ambiente digitale open source: scansione 3D del cranio, posizionamento di indicatori dei tessuti molli su base statistica europea, modellazione anatomica e scultura digitale. La calibrazione storica – curata da Generoso Urciuoli, Responsabile della Direzione attività culturali e scientifiche del MegaMuseo e Francesca Martinet, assistente scientifica di direzione del MegaMuseo – ha restituito al busto l’abbigliamento e gli ornamenti coerenti con il contesto culturale dell’epoca, con riferimento diretto ai reperti conservati nel museo.
Il risultato è una ricostruzione scientificamente documentata: un volto credibile, fondato su dati osteologici, statistici e storici.
